De Gregori, sessantacinque anni a passo d’uomo. In un libro

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di Claudia Cirami

Scrivono tutti, oggi. Se ci fossero altrettanti lettori, avremmo risolto il problema delle prove INVALSI, dell’analfabetismo di ritorno, dei programmi tv ammazza-cultura, persino – forse – dell’astensionismo elettorale, ma non è così. Eppure dell’uscita del libro di Francesco De Gregori non ci si può lamentare. Le sue idee possono essere condivisibili o meno, ma dal Principe non ci si può mai attendere qualcosa di banale. “Passo d’uomo” – così il titolo edito dalla Laterza, uscito il mese scorso – è un libro-intervista, realizzata da Antonio Gnoli, firma di Repubblica, ed è il modo che il cantante ha scelto per ripercorrere la sua vita, in 230 pagine.

«Chiunque si sia posto domande su che cos’è l’arte e la bellezza, il tempo che passa e ci trasforma, Dio e le religioni, l’oggi che comprendiamo sempre meno, – spiega la scheda del libro – troverà in questi dialoghi risposte di sorprendente sincerità e acutezza. Scoprirà inoltre le numerose esperienze che De Gregori ha vissuto con coerenza e desiderio: i libri letti e amati; l’America con i suoi miti e la politica con i suoi equivoci e il senso di cosa abbia voluto dire per lui essere di sinistra senza lasciarsene condizionare. Il mondo poetico di De Gregori ne esce in sintonia con il battito del suo cuore e della sua mente. Tra la musica che ha scritto e quella che ha amato». Da giugno a settembre, il libro sarà presentato in diversi appuntamenti, tra cui quelli agli Orti del Maxxi di Roma (5 Giugno) e al Festivaletteratura di Mantova (10 Settembre).

Ovviamente la musica non può non essere la protagonista, diretta o indiretta, delle pagine del libro. De Gregori sa che è autore di canzoni che, anche a rischio di essere criticato, considera opere d’arte perché è certo che un testo e una musica – non solo i suoi – meritano di avere ambizioni artistiche: «Se io scrivo canzoni perché non definirle opere d’arte? È probabile che nessuno dei miei colleghi italiani sosterrebbe questa tesi con la stessa mia supponenza – si legge nel libro – Ma quando ascolti Bob Dylan cosa provi? Cosa ti arriva dal suo mondo? In America nessuno si sognerebbe di negare che la sua sia arte e che le sue canzoni esprimano dignità e potenza artistica». Difficile dargli torto, sapendo quante emozioni può regalare una canzone e quante, in particolare, ne hanno offerto le sue, al punto che sembra quasi di fare un torto al suo lavoro, scegliendone qualcuna tra tante.

Non un libro celebrativo, ma una sorta di ritratto di un artista che, pur avendo molto da dire, non intende passare per un intellettuale: «Vorrei che non passasse mai in secondo piano la fisicità del mio lavoro – confessa – Ogni tanto mi trovo davanti a persone che dimenticano che faccio il cantante. Che ho le ‘mani sporche’. Guarda i miei calli!». Forse anche lui, in passato, ha in qualche modo spinto verso una lettura errata della sua persona, a causa di un misto di ritrosia ed elevata consapevolezza di sé. Michele Serra lo ha definito: «tipicamente antidivo, gelosissimo della vita privata, quasi scorbutico in certe relazioni connesse al suo lavoro, infine, oggi, serenamente veleggiante verso una vecchiaia bene accetta, pacificato con molte delle sue incertezze e delle sue durezze» (Repubblica, 5 Maggio 2016). Giudizio corretto. Il De Gregori visto negli ultimi anni duettare con Checco Zalone, non sempre a suo agio ma non mal disposto, sembra profondamente diverso dal distaccato cantante che – evidentemente suo malgrado – fu intervistato da Ambra Angiolini, ormai tanto tempo fa. Il trascorrere degli anni ha ammorbidito anche la sua concezione dell’artista, che non ha più necessità di difendersi dalla leggerezza (spesso dall’irrilevanza) della cultura pop-mediatica e può dialogare con essa, persino prendersi giocosamente in giro, senza timore di svilirsi.

Nel libro si discute anche dello zio di cui De Gregori porta fieramente nome e cognome, appartenente alla Brigata partigiana Osoppo, di ispirazione cattolica e socialista, e che aveva nome di battaglia “Bolla”, trucidato nel controverso eccidio di Porzûs da partigiani comunisti. Un dolore sempre vissuto con riservatezza, ma senza essere mai dimenticato. Un dolore acuito da una verità storica riconosciuta che non si è mai tradotta, però, in corretta attenzione mediatica e, soprattutto, in una vera condanna dei colpevoli (l’assassino dello zio fu graziato dal Presidente Pertini, senza aver mai dato segni di pentimento). Un episodio che ha condizionato la sua adesione alla Sinistra, sempre scelta con consapevolezza ma mai in modo acritico e fideistico.

Una chiacchierata per conoscere il De Gregori pensiero è sempre una buona occasione di riflessione, anche quando quello che dice non convince (e, trattando vari argomenti, può accadere). Del resto a lui – che non ama nemmeno essere definito cantautore – poco importa di convincere. «Non ci sono ricette, né messaggi edificanti – spiega in conclusione la scheda del libro – Solo la sommessa convinzione che la vita migliore è quella che si interpreta con passo d’uomo». Un passo che non è una cavalcata trionfante ma nemmeno lo strisciare, pancia alla polvere, di un rettile, ma è l’andare, mai domo anche nella debolezza, dell’umanità. Perché, come De Gregori ha scritto nella canzone che ha ispirato il titolo del libro: «Povero cuore/come un povero scemo/apro la finestra/e sono qui che fumo/e vivo la mia vita a passo d’uomo/altro passo non conosco/soltanto questo passo d’uomo». La Croce Quotidiano