«Il rap è il dovere di cantare la realtà»: intervista a L’Elfo

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di Redazione

Il rap non è soltanto quello che vediamo in televisione, nei palazzetti durante i concerti o nei talent musicali verso cui – diciamocelo – la maggior parte dei giovani prova ormai scarso interesse. Il rap è un fenomeno musicale e sociale che parte dal basso, che ribolle silenziosamente nelle nostre città e talvolta – se l’artista è bravo, e fortunato – irrompe sulla scena nazionale con la forza di un’irresistibile novità. E’ il senso che emerge dal nostro incontro con un rapper catanese che va aprendosi la strada nei circuiti importanti della musica italiana, eppure si presenta così, maglia nera e occhiali da sole presso un certo chiosco a Catania – è il chiosco Giammona, lo diciamo perché lo ha detto lui nel freestyle che ci ha regalato per la pagina Facebook di Freedom24 – e subito inizia a parlare di musica, ma anche di vita e filosofia e cultura, mentre il sole del pomeriggio va calando in questa fine estate ancora calda, ancora afosa. Parliamo de L’Elfo, al secolo Luca Trischitta, in arrivo prossimamente con un nuovo album e in giro con varie date in tutta Italia.

Partiamo naturalmente dallo stile musicale prescelto, che pare abbia preso il posto del vecchio cantautorato, se a livello di testi e contenuti il pop e la musica leggera fanno il loro mestiere e parlano sempre e soltanto d’amore. «Il rap è un modo per dire delle cose, per cercare di comunicare concetti importanti – dice L’Elfo mentre sorseggia un tamarindo – E’ vero che la musica d’autore non esiste più e quindi resta a noi, alla comunicazione diretta che il rap esprime, il compito di portare certi messaggi che altrimenti non sarebbero trattati proprio dalla musica italiana. Gli altri rapper? Quelli famosi, da Fedez a J-Ax, secondo me hanno lasciato da tempo la strada del vero rap. Hanno aperto un filone molto più commerciale, sono stati bravi e hanno avuto fortuna e adesso fanno i talent-show, riempiono gli stadi. Ma sanno loro per primi che la base da cui sono partiti era molto diversa, e non c’è assolutamente nulla di male ad aver preso un’altra strada». Partiamo bene, insomma, se i punti di riferimento del rap italiano non sono davvero rap. «Non dico questo, dico che si tratta di una sfumatura diversa dello stesso linguaggio, che non è la sfumatura che preferisco io. In questo senso sono molto più vicini a rapper come Clementino e Rocco Hunt, che hanno un tipo di basi molto più vicine al concetto originale. Anche io nei miei album canto spesso in siciliano, e mi piace farlo perché così riesco a comunicare meglio con quello che è il mio pubblico di riferimento».

Finisce il tamarindo, accende una sigaretta. Gli domandiamo quanto sia importante l’estetica del rapper, il suo abbigliamento e specialmente i famosi tatuaggi. «Non lo nego, servono per costruire l’identità dell’artista che si propone come rapper. A differenza di altri generi musicali, che non hanno un’identità precisa e possono nascere da qualsiasi classe sociale, dalla più bassa alla più alta, è chiaro che il rap nasce da una precisa base underground e il riconoscimento di questo è fondamentale per il suo apprezzamento. Chi mi sente cantare deve sapere che io sono come lui, che sono nato dove è nato lui, che ho fatto le stesse esperienze e le stesse cazzate che ha fatto lui. Se non è così non funziona, non è soltanto una questione di atteggiamento: è un mezzo di comunicazione esattamente come la musica che facciamo, come il freestyle e il linguaggio che adoperiamo. Se mi vestissi in giacca e cravatta, per dire, canterei allo stesso modo ma starei in qualche modo negando l’origine, nascondendo qualcosa che è fondamentale per tutto il processo creativo». Che poi non è che sia proprio stracciatissimo: ha una maglietta nera e occhiali da sole e cappello, parecchi tatuaggi, d’accordo, ma non dà l’impressione di essere lì ad interpretare un personaggio. Può essere questa la ragione del successo del rap, il fatto che sia vero?

GUARDA IL VIDEO I saluti #freestyle del rapper catanese L’Elfo a Freedom24 News

«E’ come dicevo all’inizio, si tratta di stabilire che cosa vogliamo fare: se vogliamo dare al pubblico quello che vuole o vogliamo avere il coraggio di fare noi la nostra musica e vedere se piace agli altri. Io perlomeno ho sempre ragionato così, e nel frattempo ho suonato ovunque, sono stato in televisione e ho potuto parlare con quelli “importanti”. Abbiamo la possibilità di raccontare cose che la musica “educata” non racconta, però a quel punto la possibilità diventa un dovere. Se non facciamo il nostro dovere non siamo artisti, diventiamo qualcosa di diverso». Non abbiamo bisogno di domandargli cosa, va avanti lui. «Diventiamo persone che fingono, quando siamo partiti proprio dalla prospettiva opposta. Io non rinnego nulla di quello che ho fatto in passato, tanti errori, tanti cazzate, sono stato davvero un ragazzo problematico e che dà pensieri ai suoi genitori. In questo ambiente sono riuscito a venire fuori e a trovare un mestiere, cosa che non è garantita a chiunque ci provi, anzi. Bisogna avere fortuna e forse essere destinati a farlo».

La conversazione sta per concludersi, ma resta il tempo per la classica domanda “cosa consiglieresti a un giovane…”: «Alcune esperienze ti portano da una parte e alcune da un’altra, e in tutto questo bisogna avere l’intelligenza di capire come affrontare la realtà. Se qualcuno mi dicesse di voler tentare la strada che ho intrapreso io gli direi di lasciar perdere, c’è il rischio concreto che non ce la faccia e che si ritrovi in mezzo ai guai. Attenzione, non lo dico perché io mi creda superiore, o per disincentivare i ragazzi a fare musica. Purtroppo oggi c’è bisogno di concretezza, ed è la concretezza che deve portare un ragazzo a studiare, a non frequentare certi ambienti, a scegliere per sé e per la sua vita una strada più calma e più ordinata. Allo stesso tempo io so che sono figlio dei miei errori, non posso farci niente. Adesso sto bene, ho un album nuovo in uscita e tanti progetti in divenire, ma poteva anche non andare così».