Il toscanaccio. Analisi caratteriale del premier più spregiudicato di sempre

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matteo_renzi

di Valerio Musumeci

Dice Renzi che l’emendamento Tempa Rossa – quello del quale chiacchierava (intercettata) l’ex ministro Guidi con il compagno petroliere, e per il quale si è dimessa – l’ha voluto lui. Bene, bravo, che goduria. Siamo ancora una volta di fronte al fatto che se non ci piace ciò che Renzi fa – e tante cose discutibili fa: è per esempio platealmente complice delle major petrolifere che ci traforano il mare, e che non vedono l’ora di continuare a farlo dopo il 17 aprile – invece ci piace molto ciò che Renzi è. Cioè un brigante fiorentino nudo e crudo, che non va troppo per il sottile e soprattutto, nel momento storico nel quale la politica è morta e regna il terrore della firma, si assume la responsabilità di quello che fa. E ciò lo differenzia da tutta la selva di politicucci che lo circonda, e che lui non vede nemmeno con il binocolo. Renzi è imbattibile, e non tanto perché gioca solo (anche Berlusconi giocava solo, ma al momento giusto fu battuto): è imbattibile perché è fisiologicamente autonomo, costituzionalmente strafottente, etimologicamente (Renzi) toscano.

E guardiamoci da questi toscani, da queste intelligenze stravaganti che ogni tanto si manifestano e fanno bingo ovunque tocchino. Sono, se si può dire, più simili ai siciliani di quanto non si pensi. Pensate a Montanelli, a che vigorosa faccia da schiaffi abbia trascinato in giro per il mondo per novantadue anni di vita; pensate alla Fallaci, della quale come Marco Travaglio pensiamo che valesse più come scrittrice che come giornalista: comunque sia era inarrestabile. Sembrerà di cadere dalle stelle alle stalle, ma pensate a Denis Verdini: uno che dal 2013 al 2014 è stato premier a tutti gli effetti e ha continuato ad esserlo sotto la dizione di alfiere del Patto del Nazareno dal 2014 al 2015: oggi, che è ufficialmente in maggioranza, sta lì con l’aria beata di chi stia facendo la cosa più consequenziale. E’ quella strafottenza endogena ai toscani che Renzi, nella maniera della sua gioventù, espleta così platealmente da renderlo – chiediamo scusa – simpatico.

Dopo le dimissioni del ministro, con la stampa e la politica sulle barricate, con la mozione di sfiducia incombente, con il referendum alle porte e l’altro (quello Costituzionale, l’unico che gli interessi) per strada, uno normale avrebbe adottato la linea della prudenza: lui no, dice che l’emendamento incriminato l’ha voluto lui. E lo rivendica. E dice: cari amici, il fatto l’ho commesso io. E quindi? Che fate, mi buttate giù? Mandate i magistrati a interrogare la Boschi? Fate le scarpe all’ex ministra un po’ scema che ancora nel 2016 usa il telefonino per parlare con il fidanzatino? E chi se ne frega. Io sto qui e non me ne vado. Tanto non c’è nessun altro che possa prendere il mio posto. Come Berlusconi, ai suoi tempi: ma il vecchio Silvio aveva aziende e debolezze che infine lo resero attaccabile. Renzi no, e per di più, toscanamente, è spregiudicato. E chi lo butta giù?