La politica italiana ai tempi della diretta Facebook

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di Valerio Musumeci

C’era una volta il bello della diretta: Pippo Baudo che andava a salvare un aspirante suicida sul loggione del Teatro Ariston durante un Sanremo, fatto vero o combinato non s’è mai capito e in fondo non importa; o lo stesso Pippo alle prese col leggendario Cavallo Pazzo, sconclusionato progenitore dei vari Paolini e disturbatori televisivi assortiti; e ancora Pippo ai ferri corti con Bruno Vespa durante la sfortunata trasmissione “Centocinquanta”, che onorò più i dissapori in seno alla Rai che l’anniversario dell’Unità d’Italia. Prendiamo Pippo come sineddoche della televisione onorando la sua lunga carriera, e tanti auguri per la rentrée: ma davvero è successo a tutti i protagonisti del piccolo schermo di incorrere in quelle situazioni impreviste che la diretta trasmette in simultanea a milioni di telespettatori, gente che vuol darsi fuoco e politici che si bloccano e cantanti ubriachi che stonano. La diretta è bella per questo, perché ti da il brivido di esserci, l’emozione del partecipare; mentre dall’altra parte dello schermo solo la professionalità di un presentatore può arginare la legittima strizza del “può succedere di tutto”, in genere tradotto con “mi gioco la carriera”. Insomma c’era una volta tutto questo, prima dell’evo presente multi-media-iper-connesso nel quale certi concetti, svalutandosi, non hanno più il sapore di una volta.

Insomma è arrivata la diretta su Facebook e come sempre accade l’Italia ha fatto di tutto per darle colore. Quei furbacchioni di Zuckerberg e company avranno pensato che sarebbe stato divertente – e redditizio – vedere mezzo mondo sputtanarsi in rete più di quanto non facesse prima, con soli post e foto a disposizione. Non prevedendo che l’italica stirpe avrebbe trasformato la nuova funzione nell’apoteosi del trash, e soprattutto che non sarebbero stati gli “strati bassi” della società ad avviare la mutazione. Attori, conduttori, opinionisti, giornalisti e politici avrebbero fatto della diretta il canale privilegiato della diffusione del proprio nulla, drammaticamente trovando una marea di persone disposte a seguirli nelle loro esternazioni social-networkare. Il che, parlando di gente che appare abitualmente su altri media, rasenta per il pubblico il sadomasochismo più spinto: eppure eccoli là, a distribuire mi piace e cuoricini e faccine arrabbiate o tristi o stupefatte o ridanciane con la generosità consueta.

Ovviamente il massimo del trash è rappresentato dai politici: mai si videro così tante facce scomposte, così poche cravatte bene allacciate, così vaghe idee da comunicare agli altri come in questi video a visualizzazione simultanea che qualcuno – il solito Renzi, ad esempio – non esitò a trasformare in vere e proprie auto-interviste, talvolta con ospiti in studio. Il format, intitolato “Matteo risponde” in onda dal set di Palazzo Chigi, dura un’oretta e segue indicativamente questa struttura: antipasto di simpatiche gag toscane con vaghi riferimenti ai fatti del giorno, svolgimento con domande a sorte estratte da Twitter e Facebook – c’è chi dice con preselezione, e difatti da qualche puntata è apparso un foglio con le domande giunte tramite mail, più gestibili dall’impavido premier – conclusione con buoni propositi per il presente e il futuro all’insegna del più solare ottimismo. Imperdibile.

Se Berlusconi – tra coccoloni e dita rotte e Milan che non si risolve a vendere ai cinesi e francesi che gli preparano il trappolone su Mediaset – ha annunciato di avere iniziato a studiare internet e quindi di volersi approcciare anch’egli alla diretta Facebook, nel campo di quello che una volta si chiamava centrodestra c’è chi conosce bene il mezzo e non esita ad adoperarlo in maniera compulsiva. E’ l’altro Matteo, quello vestito male, quello che utilizza le bambole gonfiabili come strumento di sintesi politica. E invece su Facebook è verboso, verbosissimo, affastella interi quarti d’ora di diretta in macchina, in casa, in ufficio (questo raramente), ovunque si trovi e qualunque sia l’argomento del giorno – se l’argomento poi è il terrorismo nelle sue declinazioni più varie, commando organizzati che irrompono o ragazzini zombie che tagliano a fette qualcuno, il nostro può arrivare anche a venti minuti e avvertire poca o punta fatica, al contrario della collega Giorgia Meloni che scoprendo la funzione in occasione delle amministrative dava l’impressione, all’inizio, di ritenere il tutto una grandissima sciocchezza. Scarsa dunque la qualità della diretta di destra, come pure poco ci sarà da dire su quella a Cinque Stelle: discreti e determinati, i grillini non vogliono strafare ma introducono il concetto degli interventi filmati in Parlamento, occhi bionici che entrano dentro il Palazzo con il fine ultimo e fintanto non raggiunto di aprirlo come una scatoletta di tonno.

Ciascuno, insomma, fa della diretta un’estensione di sé. Così quella renziana sarà gonfia e frenetica, quella salviniana prolissa e antipatica, quella a Cinque Stelle marziale ma insufficiente. Il volto è lo specchio dell’anima, diceva il proverbio: aggiornato all’evo presente, per quanto poco bello possa sembrare, dovremmo dire che lo specchio è la diretta. Occhio a non stufare persino lì, perché uno specchio rotto sono pur sempre sette anni di guai

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