Riparte a Venezia la Mostra del Cinema: poca Italia e un po’ troppo “impegno”

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di Valerio Musumeci 

Quando il fascismo iniziò a tirare le briglie alla Mostra del Cinema di Venezia – sul finire degli anni Trenta, per ridurre la presenza fuori luogo di film stranieri ad una kermesse che doveva restare italiana e fascistissima – non pensava certo che un giorno, nel 2016, l’Italia sarebbe stata rappresentata al Lido da una pattuglia così sparuta di suoi cittadini. Apre dunque i battenti la settantatreesima edizione del festival del cinema più antico del mondo e in effetti – pur non condividendo la linea dura del Duce – la penuria di film e registi italiani si avverte come drammatica: il nostro Paese si presenta in concorso con tre pellicole, Spira mirabilis di Massimo d’Anolfi e Martina Parenti, Piuma di Roan Johnson e Questi giorni di Giuseppe Piccioni. Tre film su venti, quando nel 1939, complice il commissariamento delle camice nere, pur con diverso meccanismo l’Italia presentava ben venti film, molti dei quali di propaganda e quindi meno nobili ma tutti lo stesso decisamente tricolore, per quello sciovinismo della dittatura che aveva tuttavia il merito di far scrivere molti autori e girare molti registi e recitare molti attori e guadagnare un mucchio di persone. Perché il cinema, nella nostra Storia, è stato un volano economico da non sottovalutare: e dopo l’abulia fascista che di fatto sfasciò la Mostra – le edizioni dal 1940 al 1942, spostate dal Lido per ragioni “tecniche”, non sono nemmeno considerate nell’albo d’oro – vennero gli anni del miracolo economico che corrispose di fatto ad un miracolo cinematografico, con l’Italia protagonista di tutte le maggiori kermesse in Europa e nel mondo.

Scusate il ripassino. Ma tant’è, Venezia apre le porte anche quest’anno – annus horribilis, da quasi tutti i punti di vista – e presenta alle genti ciò che si ritiene sia il meglio del grande schermo. Presidente di giuria, per questa edizione, il regista e produttore britannico Sam Mendes, uno che è stato capace di fare ancora un paio di 007 decenti (Skyfall e Spectre, nel 2012 e 2015), accanto a Laurie Anderson (cantante e regista, Stati Uniti), Gemma Arterton (attrice, Regno Unito), Giancarlo De Cataldo (scrittore e sceneggiatore, Italia), Nina Hoss (attrice, Germania), Chiara Mastroianni (attrice, Francia), Joshua Oppenheimer (regista, Stati Uniti), Lorenzo Vigas (regista, Venezuela) e Zhao Wei (attrice e cantante, Cina). Una giuria, per gli addetti ai lavori che abbiano il tempo di dettagliare i curricula, che rasenta la qualità di massima offerta dalla Mostra negli ultimi anni, avendo oltretutto il pregio di dare la presidenza ad un autentico outsider. E’ l’offerta, forse, a non corrispondere alla domanda: nonostante la Repubblica si spertichi ad elencare le dieci buone ragioni per le quali la Mostra sarebbe imperdibile – una è senz’altro quella che farà guadagnare un mucchio di soldini al Gruppo Espresso, che offrirà in streaming a pagamento diciassette titoli tra quelli in corsa al Festival nelle varie selezioni – nella vasta rappresentanza di cinema mondiale qui offerta non si vede nulla di particolarmente brillante, nulla che susciti l’orgasmo (artistico) in coloro che al Lido orgasmi (artistici) ne ebbero parecchi. E ciò a partire da un dato molto semplice, che decreterà una volta per tutte come lo snobismo intellettuale applicato al cinema sia stato una catastrofe per quest’arte così delicata di luce e suono.

Della maggior parte dei registi in concorso, a parte gli italiani di cui per patriottismo studieremo le biografie – occhio a Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, tanto per dare un indizio – e a parte Wim Wender e Denis Villeneuve che finiscono inopinatamente tra i venti con Les beaux jours d’Aranjuez e Arrival, nessuno tra i nomi in corsa per il Leone d’Oro suonerà minimamente conosciuto all’orecchio dei lettori. Ditemi voi: Damien Chazelle, Ana Lily Amirpour, Stéphane Brizé, Derek Cianfrance, Mariano Cohn, Gastón Duprat, Lav Diaz, Amat Escalante, Andrei Konchalovsky, Martin Koolhoven, Emir Kusturica, Pablo Larraín, Terrence Malick, Christopher Murray, François Ozon. Siate onesti e ammettete di non conoscerli nemmeno di striscio, come onesti dovrebbero essere i giornalisti che ve li elogeranno ad ammettere anche loro la totale ignoranza. La quale non è peccato, onesti amici, perché più grave è millantare di conoscere ciò che non si conosce, e far credere alla gente di avere una competenza che non si ha. Il tribolato regista rumeno che arriva al Lido, per dire, avrà certamente un’arte mirabile ma sarebbe iniquo nei suoi confronti riconoscerla soltanto perché stia partecipando al Festival del Cinema. Ex post, quando qualcuno metterà i soldini per tradurre il film in italiano – i sottotitoli a me personalmente distruggono gli occhi – giudicheremo l’opera ed eventualmente gli dedicheremo un’edizione speciale dei nostri rispettivi giornali. Onestà ci vuole, non solo nella politica: è di queste false competenze che il mondo va nutrendosi, e a parte il dato oggettivo sulla decadenza del cinema italiano qui plastificato in una bieca questione di numeri, null’altro possiamo dire sulla Mostra ieri principiata se non che ci auguriamo di essere smentiti nelle nostre crepuscolari riflessioni.

Appello finale, e del tutto decontestualizzato: invitarvi a non andare al cinema sarebbe brutto. Consigliarvi di vedere un certo film piuttosto che altri, invece, è perfettamente legittimo. Così, mentre il Festival inizia e tra qualche giorno avremo il nostro bel Leone d’oro, io suggerisco di andare sul cafonissimo You Tube e cercare una commedia degli anni Sessanta intitolata “Olimpiadi dei mariti”, anche in tema con uno degli eventi clou di questa estate. Ci troverete non solo Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello che cercano di mettere le corna alle loro mogli a costo di far rivivere Adolf Hitler, ma una sincerità, una verità e un gusto che da queste gigantesche fiere di paese impegnate e aperitivizzate ormai non si aspetta più nessuno. Viva le cose semplici.