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La Boschi a Catania sente “profumo di futuro”: vittoria al referendum e Bianco alla Regione

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di Valerio Musumeci

Il ministro Boschi a Catania non è un fatto per niente casuale, come non è casuale ciò che il ministro ha lasciato agli atti scrivendo nel libro d’onore della città: «Un ringraziamento a questa straordinaria comunità che ha saputo accogliere con generosità anche le persone più deboli e più lontane. Un augurio di grande successo per una bellissima città che profuma di futuro!». La ragione della visita era ufficialmente la  presentazione del comitato “Catania Sì”, per sostenere la vittoria del Governo al referendum sulla riforma costituzionale di ottobre (la madre di tutte le battaglie personali per Matteo Renzi e per la Boschi, che della riforma è più che una semplice madrina); ma ufficiosamente l’occasione è servita per ribadire che il neosindaco metropolitano Enzo Bianco, spesso citato dal premier anche nei suoi #Matteorisponde, è il candidato di massima per l’importante appuntamento elettorale che attende il Governo nel 2017: le Regionali siciliane che misureranno i rapporti di forza e di voto sui territori prima della resa dei conti alle Politiche del 2018. Non esistono opzioni di centrosinistra migliori: Bianco è uomo di riconosciuta intelligenza politica, ha mosso bene le sue carte in questi anni a Catania, ha frequentato con disinvoltura la politica romana, è riuscito ad esserci sempre senza essere appariscente, cosa impossibile al goffo Crocetta, che basta che apra bocca per lasciare di sé l’immagine istrionica che conosciamo. Il “profumo di futuro” che sente la Boschi a Catania, dunque, è il profumo di un’affermazione di Enzo Bianco alle Regionali che dia una battuta di arresto a Cinque Stelle dopo l’annunciato trionfo, tra poco meno di un mese, a Roma e quindi alle Amministrative. Per giocare sul risultato di 1 a 1 la partita quando si voterà alle Politiche (la vittoria al referendum sarà psicologicamente fondamentale, ma per governare servono ancora le elezioni), per giocare 1 a 1, dunque, non resta che vincere con Bianco in Sicilia. E non è del tutto impossibile. 

Tutto ciò, naturalmente, attiene al ragionamento politico più che alla sostanza. In sostanza, lo dicevamo, la Boschi a Catania ha parlato solo del referendum e della ratio di una riforma che è oggettivamente un unicum nella storia politica italiana. Non degli ultimi trent’anni: della storia dell’Italia repubblicana, perché interviene direttamente sulla gittata costituzionale dei Padri – oltre a sanare alcune sgangheratezze come la riforma del titolo V votata dal centrosinistra nel 2001. «La riforma costituzionale voluta dal governo – ha detto la Boschi parlando alla Scuola Superiore dell’Università di Catania, seconda tappa della sua giornata etnea – ha l’obiettivo di colmare, di scrivere quelle pagine bianche lasciate aperte dai padri e madri costituenti, lasciate bianche nella consapevolezza di lasciarle tali. Nella consapevolezza che oltre la prima parte, che resterà per sempre, la seconda parte avrebbe dovuto essere rivista. Sia per la composizione del Senato sia per il sistema bicamerale». E su questo il Governo ha gioco facile a trovare dichirazioni di altissimo calibro a sostegno della tesi, anche di chi alla Costituente partecipò e si rese subito conto di come il testo uscito dalla storica assemblea fosse un pastrocchio di compromessi al ribasso. Su ciò concordava anche Montanelli (la puntata della sua “Storia d’Italia” dedicata al tema, con Alain Elkann, è facilmente rintracciabile su YouTube): la Costituzione va cambiata, possibilmente in meglio, perché il testo licenziato dalla Costituente era pieno di buchi generati dalla troppa eterogeneità dei suoi componenti

A chi replica elencando i vizi di forma e le contraddittorietà della riforma del Governo, la Boschi risponde con la tipica beatitudine toscana che abbiamo imparato a conoscere nel premier e nei tanti (troppi) membri dell’esecutivo o persone sistemate in ruolo provenienti dalla regione d’origine del premier, un delicato mix di faccia tosta e ingenuità che genera uomini e donne abbastanza straordinari sotto il profilo del carattere: «Sono consapevole che la riforma non è perfetta – dice quindi il ministro senza scomporsi, in ciò aiutata anche dall’aria di vergine botticellesca donatale da Madre Natura – Però questa è una buona riforma che raggiunge gli obiettivi che ci si è dati, compreso quello di non cambiare la forma di governo». Menomale, ma non si può dire che su questo abbia torto, né quando ricorda come la più agguerrita delle opposizioni sul tema delle riforme – Forza Italia nella persona di Renato Brunetta –  abbia collaborato alla scrittura della legge fino alle prime settimane del 2015, cioé fino all’elezione di Mattarella a Capo della Stato, quando il Patto del Nazareno si spezzò e Berlusconi iniziò a gridare al complotto (e chi grida al lupo al lupo, vecchio Silvio, sempre quella fine fa). «Mark Twain – ha concluso la Boschi – diceva che tra 20 anni saremo dispiaciuti per le cose che non abbiamo fatto e non per quelle che abbiamo fatto. Riflettiamo sull’ impatto che le riforme potranno avere sul nostro Paese, sulle istituzioni e anche sulla crescita». E questo è auspicabile, anche per quanti – tanti – oggi pensano di votare NO tanto per costringere il premier ad andare a casa. 

 

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