Quer pasticciaccio tragico e patetico delle elezioni a Roma

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di Valerio Musumeci

C’è qualcosa di tragico e patetico nella vicenda delle elezioni a Roma. Il tragico è che siamo qui ad occuparcene, quando tutto inviterebbe a guardare ad altro: alle grandi manovre del Governo sul piano internazionale, che non sappiamo dove possano portare; alle piccole manovre sul piano interno, che ci avvicinano sempre più ad una dittatura morbida, quasi piacevole; al fatto che gli italiani trovino tutto ciò appunto piacevole, e rinuncino ormai tradizionalmente al diritto di voto e all’esercizio della democrazia senza che alcuno dei nostri politicuzzi – gente che campa di espedienti e rifilini – abbia sollevato la questione.

Tragico, dunque, che giornalisticamente ci dobbiamo occupare di Roma. Patetico, invece, ciò che a Roma sta accadendo quanto ad assassinio del padre, cioè di B., il quale oggi ci costringe all’ennesimo editoriale sulla questione del candidato sindaco nella Capitale d’Italia. Avevamo, naturalmente, diagnosticato per tempo quanto sarebbe accaduto: pochi giorni fa scrivevamo che Forza Italia avrebbe potuto fare un colpo di coda scegliendo Marchini e mandando all’aria, di nuovo, le carte per il Campidoglio. Cerchiamo di essere brevi, dunque, nelle considerazioni elettorali per arrivare presto a quelle politiche, assai più gustose.

B. scarica Bertolaso e sostiene Marchini. Al ballottaggio ci andranno Virginia Raggi (M5S) e Roberto Giachetti (PD). Vincerà la Raggi, a questo giro al Movimento 5 Stelle tocca di vincere. Salvini e Meloni si areneranno sotto il quindici per cento. Marchini, pure, sotto il quindici per cento, ed ha ragione il direttore Andrea Di Bella a dire che si conteranno non solo i voti uno per uno per comprendere chi vincerà il derby di centro-destra, ma anche i capelli e altri peli corporei. Questo per quanto riguarda le elezioni prossime venture. A cui si lega un ragionamento politico più ampio, che come si è detto attiene alla vexata quaestio della leadership nel centrodestra.

La Meloni a Roma sta giocandosi serenamente la partita, consolata da una forte alleanza con un Salvini che si immagina protagonista naturale del futuro schieramento conservatore. Berlusconi per una volta nella vita ha detto la verità: di destra non lo è mai stato, entrò in campo nel ’94 per comprarsi l’area politicamente dismessa e portarla – lo aveva fatto con il Milan che adesso sta per vendere – a risultati incredibili. Questo derby, tuttavia, non avrà vincitori, e qui potremmo copiare paro paro ciò che abbiamo scritto in infinite altre occasioni: B. rappresenta un impedimento biologico alla riorganizzazione del centrodestra, e non saranno i Salvini e le Meloni a levarlo di torno. Ben altro coltello meriterebbe il vecchio, mi dice un amico candidato a Roma. Al Cavaliere occorre dare l’onore delle armi. E’ vero. 

Saranno la vecchiaia, la malattia, la morte – che ci auguriamo lontanissime – a fare ciò che l’avversario e il competitor interno non sono riusciti a fare. Morto Berlusconi, o fisicamente impedito a parlare, allora sì che le cose si smuoveranno nel senso di un inevitabile discioglimento di Forza Italia e conseguente crescita – ma in chiave squisitamente minoritaria – delle realtà conservatrici melonian-leghiste a destra. Chiunque vinca il derby a Roma, insomma, la cosa non cambia. Così finiscono a volte le grandi storie: nel tragico e nel patetico.

 

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