Roma, Berlusconi verso la resa. Perché Silvio non è più come il Pupone

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Francesco Totti, 20 anni nella Roma

di Valerio Musumeci

Silvio e Francesco, il Cavaliere e il Pupone. Cosa c’entrino tra di loro un leader politico e uno sportivo – ma Berlusconi potrebbe essere entrambi, se anche sul Milan non pendesse la sua irresolutezza del momento, con un allenatore licenziato a sei giornate dalla fine del campionato e una finale di Coppia Italia ancora da giocare – cosa c’entrino tra loro i due personaggi, dicevamo, lo scriveremo alla fine. Intanto piccolo riassunto delle puntate precedenti, bignamino politico-romano-nazionale da staccare e conservare. C’erano una volta Silvio e Matteo e Giorgia, il grande trio, sul palco di una Bologna per un giorno azzurra ove si consacrava la “rinascita” del centrodestra. Chi scrive disse che Silvio aveva sbagliato ad andare: mettersi sullo stesso piano dei due pur rampanti giovanotti, a ottant’anni di cui venti di carriera politica a livello mondiale alle spalle, era un errore evidentissimo. Su quel palco il Cav la tirò per le lunghe, costringendo Salvini a richiamarlo all’ordine. Nel momento di salutare (riguardatevi il video), Berlusconi scese dal palco con la morte del cuore. Aveva capito di essere andato a portare i suoi voti a una piazza che non lo amava più, che non gli riconosceva l’antico vigore, il carisma e la leadership tenuti saldamente per due decenni. Fine del primo capitolo. 

ROMA, LITE CAV-SALVINI. MANCA OK A MELONI SINDACO

Secondo capitolo. Casca Marino, si vota a Roma. La parabola di Berlusconi è la seguente: vogliamo Alfio Marchini, anzi ci consultiamo con gli alleati (dopo che gli alleati gli avevano dato picche), ecco Bertolaso (voluto da tutti), viva Bertolaso (voluto da quasi tutti), forza Bertolaso (voluto da pochini), meglio Bertolaso che i protagonisti della politica (Bertolaso lo vuole solo lui), insistiamo su Bertolaso, è un uomo del fare, è un risolutore di drammi, è quasi un santo, è anche un bell’uomo, costruivamo ospedali in giro per il mondo, trovatemi un altro come lui, eccetera eccetera. Nel frattempo si è candidata d’imperio la Meloni e Salvini se ne va in giro a dire che Berlusconi deve fare una scelta. Che è l’unica cosa che Berlusconi non sa più fare, in preda alla totale confusione. Aveva giocato buonissime carte (i nomi di Bertolaso a Roma e Parisi a Milano erano suoi), ma gli alleati hanno barato. Lui tenta di andare avanti. L’ultimo comunicato su Roma è del 17 aprile: «Continuo a leggere sui giornali di nostre esitazioni nel sostegno a Guido Bertolaso. Si tratta di pura disinformazione. Noi riteniamo che Bertolaso, per le sue esperienze e le sue capacità, sia in assoluto il miglior sindaco possibile per Roma. L’unico professionista in grado di risolvere i problemi della capitale d’Italia, risollevandola dal degrado in cui l’hanno condotta molti anni di malgoverno. Davvero siamo assolutamente convinti che Bertolaso sia imparagonabile con qualunque altro candidato in campo. Continuiamo quindi a sostenere Bertolaso senza esitazione alcuna. Forza Guido, Forza Italia».

Terzo capitolo. Nei minuti in cui scriviamo pare si stia svolgendo un drammatico vertice a Palazzo Grazioli per spingere il capo a mollare il candidato di partito per convergere sulla Meloni. Lui scalpita, recalcitra, non sa cosa fare. Sa bene soltanto che se si arrenderà stavolta ai due giovani pargoli non avrà la possibilità di riprendersi in futuro. Perché il futuro è breve, lo sa lui e dovrebbero saperlo i berluscones che ancora sopravvivono in mezza Italia: Berlusconi ha ottanta anni. Ottanta. 80. LXXX. E l’età non è un fatto contro il quale è possibile combattere. Vedremo forse nelle prossime ore se Forza Italia convergerà sulla Meloni o farà un colpo di coda scegliendo Marchini o chi altro. Il dato a cui volevamo arrivare era proprio l’età. E qui ci ricolleghiamo al Pupone. 

Il 17 aprile, mentre gli italiani non andavano a votare e mentre Berlusconi ribadiva il sostegno all’ex capo della Protezione Civile, allo Stadio Atleti Azzurri d’Italia Francesco Totti entrava in campo e segnava il 3-3 contro l’Atalanta, regalando alla sua squadra un punto importantissimo in quota Champions. Non è possibile dimenticare come poche settimane prima ci fosse stata una polemica di fuoco tra il giocatore della Roma e l’allenatore Luciano Spalletti: per il secondo Totti serviva ormai soltanto come idolo per i tifosi, non più sul campo come trattore da goal. Che è la stessa cosa che dicono oggi Salvini e Meloni a Berlusconi: sei una bandiera, ma non puoi più essere la guida. Solo che Totti, l’altro giorno, ha segnato il goal che ha zittito Spalletti e riacceso gli entusiasmi di tutta la curva sul suo Pupone, e stasera contro il Torino ha segnato di nuovo il pareggio 2-2 e poi il 3-2 su rigore, il tutto a cinque minuti dall’ingresso in campo. Berlusconi invece i goal se li fa mancare ormai da tempo, fatta salva forse l’elezione di Toti (con una “t”) in Liguria l’anno scorso. Laddove molto contò la divisione della sinistra e la percentuale di voti della Lega fu assai più congrua. Quello lo si salutò come un miracolo. Ma è un miracolo ancora possibile, con un leader spalle al muro e due giovani avvoltoi che si avventano a becchi bassi sul suo patrimonio politico? Non lo sappiamo. Certo è che il tempo arriva per tutti. Totti segna ancora, è vero, ma da Berlusconi possiamo aspettarci altri goal?

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