“Aci Castello muore, aiutateci a salvarla”. L’appello di una ristoratrice

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acicastello

di Valerio Musumeci

Il profilo del Castello disegna ombre sulla piazza, come volesse offrire dopo tanti secoli ancora protezione, ancora riparo. Sotto la scarpata gli scogli neri non fermano il mare che vi si infrange, la brezza arriva fino ai tavoli dei locali sulla piazza e per qualche motivo aumenta l’appetito. Questo paese è più che bello, è ispiratore: ci sono nati romanzi ed altri ne nasceranno, se la furia dell’uomo contro la bellezza non lo farà morire prima del tempo. Non va tutto bene, e c’è chi ha il coraggio di dirlo. Di esporsi, in una comunità che da qualche tempo vive sotto lo scacco di un’indolenza sorda e crescente, capace di pregiudicare la vita e il benessere di tutti per non disturbare la noia e il riposo di qualcuno.

Siamo ad Aci Castello e chi parla è la proprietaria di un locale che non ha paura di dare nome e cognome. Si chiama Anna Finocchiaro e da due anni ha avviato una pizzeria nel luogo più centrale del paese, proprio lì dove ognuno passeggia, dove la brezza fa venire fame. Il luogo le offre tutto per svolgere serenamente la sua professione, per riempire di gente e di chiacchiere i suoi tavolini all’aperto, per scegliere il sottofondo musicale e dirsi soddisfatta – cosa sempre più rara – del proprio lavoro. Ma l’indolenza pregiudica la vita di Aci Castello ed anche quella della signora Anna. E le speranze, e la voglia di fare, e il mettersi in gioco devono fare i conti con una realtà diversa da quella immaginata. «Sono una ristoratrice di Acicastello. Quando da visitatrice passeggiavo per piazza Castello ammiravo il paesaggio e pensavo: “Qui ritrovi la voglia di vivere, questo è un miracolo della natura”. Sognavo un’attività di ristorazione che facesse apprezzare ai turisti i nostri prodotti, la pizza tanto sdoganata qui doveva diventare arte: farina di alta qualità, olio d’oliva siciliano dop, pomodorini di pachino, bufala ragusana».

Il meglio del meglio, un progetto di vita che si fa realtà. Con mille difficoltà, perché aprire un’attività in questo paese non è affatto facile e bisogna fare i conti con la burocrazia, con i regolamenti, con la legittima concorrenza. La signora Finocchiaro, insieme al marito, ci riesce. Inizia l’avventura, in uno dei posti più belli del mondo. Forse montare un tavolino qui è più lieve che montarlo altrove. La bellezza aiuta il lavoro, la voglia di fare bene pensa al resto. E allora? Cos’è che non va? Non va che Aci Castello non è un paese, è un principato. E’ proprio Anna a chiamarlo così: «Il “principato di Acicastello” ha una sua costituzione, bisogna ottenere la cittadinanza e conoscere i suoi regolamenti che differiscono dal resto dell’Italia».

La metafora la spiega subito dopo: «Mentre il governo di Roma, i sindacati, i partiti politici di tutte le bandiere continuano a proclamare che bisogna uscire dalla crisi aiutando i commercianti, i piccoli imprenditori, i cittadini che cercano di realizzare qualcosa di buono, qui ad Aci Castello la direttiva è: ostacoli, barriere e barricate contro chi cerca con il proprio lavoro di portare avanti il commercio sfruttando le bellezze del paese, che per sua natura non può essere considerato solo residenziale ma prevalentemente turistico». E Aci Castello è un paese turistico. Sembra che il buon Dio l’abbia disegnato per questo, con il maniero che sorveglia la piazza per proteggerla ancora, con questo mare che fa il selvaggio a pochi passi da noi, con una Chiesa che contiene capolavori dell’arte richiesti nel mondo e puntualmente segregati, rinchiusi per tarpare le ali dell’arte. Perché negare lo spirito turistico di questa che è un’altra Taormina, un’altra Capri, un luogo nel quale si desidererebbe di restare se qualcuno non facesse di tutto per mandarti via?

«Perché dovresti tornare o soggiornare in un paese turistico dove non esiste un negozio di souvenir – continua Anna – un’attrazione come il Castello che è quasi sempre chiusa, non una manifestazione, non una fiera dell’artigianato come avviene in tutti i paesi etnei, non un concerto, nessun evento culturale, niente di niente?». Già, perché? E perché questo atteggiamento nei confronti di chi tenta di lavorare, di integrare la propria professione nel tessuto di una città viva, vitale, che in inverno non diventi un deserto e d’estate non faccia scappare i turisti? «Noi ristoratori della piazza siamo da qualche tempo oggetto di continui controlli e relative sanzioni; i piccoli spazi di suolo pubblico concessi sono controllati al centimetro e segnati in giallo come sulla scena di un crimine (dove i cadaveri siamo noi commercianti sempre più in crisi): “Disposizioni dall’alto”, asseriscono i poveri vigili urbani esecutori loro malgrado di direttive assurde; abbiamo la chiusura alle due in punto anche se ci sono 40° gradi e la piazza è ancora piena di gente, fanno persino le multe ai fornitori che scaricano per pochi minuti la merce ai ristoratori».

Lavorare mentre qualcuno ti sorveglia, cercando di cogliere il minimo passo falso per denunciare, per ostacolare, per dar fastidio. Non è la cosa più facile da fare, nemmeno in questo posto che azzera ogni dispiacere, che annienta ogni malumore. Così è stato finora, almeno, adesso la pazienza sta finendo. Ma la signora Anna non ci sta a buttare a mare tutti i suoi sogni. «Forse accadrà quello che sperano alcuni cittadini, che lo straniero (me compresa) vada via e che torni l’isolamento e per loro finalmente “la pace”. Faccio appello ai governanti e li invito a riflettere: se tutti noi commercianti andassimo via e con noi la confusione, i turisti, i visitatori occasionali e non, cosa sarebbe del paese? La ricchezza di una terra non è fatta solo dai nativi, dagli anziani osservatori delle infrazioni pronti a denunciare, ma anche dai visitatori, dai bambini che giocano in piazza – perché non hanno un altro posto dove andare – e soprattutto da tutti noi commercianti, artigiani della buona tavola che con il nostro lavoro e nel nostro piccolo facciamo conoscere Aci Castello anche all’estero e pagando le tasse – spazzatura, IMU, suolo pubblico – contribuiamo notevolmente alla ricchezza di questo splendido paese».

E splendido lo è davvero: il Castello, il mare, la piazza, la Chiesa. Tutto non aspetta che di essere visto, fotografato, ricordato. Tra qualche ora i tavoli della signora Anna si riempiranno di clienti, come ancora fortunatamente avviene a dispetto di tutto. C’è speranza, per questa città di pietra e mare che non ha uguali nel mondo. C’è speranza e c’è coraggio, e c’è la brezza che curiosamente desta l’appetito. Il destino di questa piazza non è di restare vuota, finché qualcuno avrà il coraggio di parlare.