di Andrea Di Bella per Nazione Futura
Nel teatrino permanente della politica italiana, dove le alleanze si stringono e si disfano con la velocità di un post sui social, ogni tanto riaffiora un elemento che molti preferirebbero sotterrare sotto il peso della contingenza: la memoria. A guardare con lucidità la storia recente delle nostre istituzioni, emerge un dato di fatto incontrovertibile che in troppi oggi cercano di minimizzare: Giuseppe Conte è stato, senza mezzi termini, tra i peggior Presidente del Consiglio della storia della Repubblica. Non si tratta di una provocazione polemica né di un banale giudizio personalistico, ma della doverosa riapertura di un fascicolo che la politica e l’opinione pubblica hanno chiuso troppo in fretta, rimuovendo le macerie culturali, economiche e istituzionali lasciate sul campo dall’esperienza del “contismo”.
Il primo vizio d’origine di questa stagione risiede nella disinvoltura con cui la premiership è stata trasformata in un puro esercizio di trasformismo e galleggiamento. Abbiamo assistito prima alla fase sovranista, con i decreti sicurezza firmati a braccetto con la Lega di Salvini, e poche settimane dopo al ribaltone progressista ed europeista in alleanza con il Partito Democratico. Nessuna evoluzione di pensiero o maturazione ideale, ma solo un camaleontismo di potere elevato a sistema di governo, in cui la fluidità ideologica ha svuotato di significato il concetto stesso di programma e di rappresentanza, riducendo le istituzioni a un palcoscenico per il posizionamento tattico permanente.
È tuttavia sul terreno dell’economia che il prezzo del populismo contiano si fa drammaticamente salato per le tasche degli italiani, guidato dalla logica del consenso immediato a spese delle future generazioni. Il provvedimento simbolo di questa stagione, il Superbonus 110%, ha finito per sfondare la quota record di oltre 128 miliardi di euro di detrazioni investite a carico delle casse dello Stato (dati ENEA e Ministero dell’Economia e delle Finanze), arrivando a superare una spesa complessiva di oltre 160 miliardi di euro considerando l’intero pacchetto dei bonus edilizi collegati (dati MEF), trasformandosi in una voragine fiscale i cui costi continuano a prosciugare le risorse pubbliche destinate a scuola e sanità. A rendere la misura un vero e proprio disastro sistemico sono state le maglie larghe del meccanismo di cessione dei crediti, che hanno spalancato le porte a una sequela di truffe e frodi che l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza hanno quantificato in circa 15 miliardi di euro complessivi tra crediti inesistenti, fatture gonfiate e lavori mai eseguiti (dati Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza).
Parallelamente, l’altra grande bandiera del Movimento 5 Stelle, il Reddito di Cittadinanza, ha ricalcato la medesima illusione assistenzialista, assorbendo oltre 34,5 miliardi di euro di risorse pubbliche dal 2019 al 2023 (dati Rendiconto INPS) a fronte di risultati disastrosi sul fronte dell’inserimento lavorativo. Anche in questo caso, le gravissime falle nei controlli preventivi hanno alimentato un sottobosco di irregolarità e illeciti, portando la sola Guardia di Finanza e l’INPS a individuare ed intercettare decine di milioni di euro all’anno di erogazioni indebite intascate da soggetti privi di requisiti, falsi residenti e persino esponenti della criminalità organizzata (dati Guardia di Finanza e INPS). Due pilastri programmatici che, anziché creare sviluppo strutturale e redistribuzione virtuosa, hanno finito per sperperare risorse monumentali a fronte di un enorme costo fiscale e di un vertiginoso volume di frodi ai danni dello Stato.
Oggi la politica si trova di fronte a una discriminante culturale non più rinviabile, perché non è possibile costruire alcun futuro credibile e rigoroso senza una seria resa dei conti con questo passato recente. Fare finta di nulla o inseguire ancora le sirene del populismo significa condannare l’Italia a un eterno presente fatto di slogan e galleggiamento. Senza il coraggio di dire la verità agli elettori sul costo reale delle illusioni vendute a caro prezzo negli anni contiani, la politica continuerà a fallire la sua missione principale, ovvero quella di offrire al Paese una classe dirigente seria, competente e dotata di una vera visione di futuro.








