Vent’anni da Berlino 2006, Fabio Grosso ricorda il Mondiale vinto dall’Italia: “Il picco massimo delle emozioni”

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“Gli anni passano, ma le sensazioni restano”. A esattamente vent’anni di distanza da quella notte magica che tinse d’azzurro il cielo sopra Berlino, Fabio Grosso torna a guidare il nastro dei ricordi fino al 9 luglio 2006, il giorno in cui l’Italia sconfisse la Francia ai calci di rigore, laureandosi campione del mondo per la quarta volta. Una ricorrenza intrisa di nostalgia, che giunge in un momento storicamente critico per il movimento calcistico nazionale, reduce dalla terza, dolorosa esclusione consecutiva dalla fase finale dei Mondiali; una crisi d’identità profonda che proprio nei giorni scorsi il Wall Street Journal non ha esitato a definire come “la peggiore estate di sempre per l’Italia” del pallone.

In un’intervista rilasciata ai microfoni di VivoAzzurroTv, l’ex terzino sinistro ha svelato i retroscena di quel quinto memorabile penalty, svelando che fu lo stesso commissario tecnico Marcello Lippi a stabilire sul momento la gerarchia dei tiratori, scommettendo sulla sua freddezza. Quell’esecuzione dal dischetto ha rappresentato il punto più alto di una parabola sportiva assolutamente atipica, lontana dai canoni tradizionali dei vivai d’élite: Grosso ha infatti costruito la sua carriera partendo dal basso, con quattro anni passati sui campi polverosi dell’Eccellenza abruzzese, per poi risalire la china attraverso i dilettanti e tre stagioni in C2. Un percorso di sacrificio in cui l’asticella delle ambizioni veniva spostata gradualmente più in alto, fino all’approdo in Serie A e alla successiva chiamata in Nazionale.

Il Mondiale del 2006 vide l’esterno abruzzese vestire i panni dell’uomo del destino nei momenti chiave del torneo. Fu lui, agli ottavi contro l’Australia, a conquistarsi allo scadere il rigore decisivo poi trasformato da Totti; e fu ancora lui, nella leggendaria semifinale di Dortmund contro i padroni di casa della Germania, a trafiggere la difesa tedesca al 119′ con un perfetto tiro a giro di sinistro su assist millimetrico di Andrea Pirlo. Un gol epico, seguito da una corsa a perdifiato e da quel labiale – “Non ci credo, non ci credo” – rimasto scolpito nell’immaginario collettivo di un intero Paese che oggi, a vent’anni di distanza, si aggrappa a quei ricordi per ritrovare la strada smarrita.