Elezioni USA, evangelisti contro Donald Trump: “Preferiamo chi lotta per i poveri”

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di Valerio Musumeci

Diecimila voti repubblicani in Colorado, buttali via. E’ ciò che farà Donald Trump alle elezioni presidenziali di inizio novembre, quando i membri della New Life Church – una comunità evangelista indipendente e tradizionalmente conservatrice, ma con forti dubbi sul candidato con i capelli vaporosi – non lo voterà preferendogli «la persona che si batte per i poveri e per gli oppressi che vivono nel nostro Paese». Un riferimento non troppo velato a Hillary Clinton – due sono i candidati alla Casa Bianca, se non è l’uno è l’altro – la ex first lady oggi alle prese con la polmonite (e forse con qualcosa di più serio) ma ancora ben in corsa per il ruolo di “leader del mondo libero” (sic!). Sembrerà al lettore che ci siamo confusi parlando di politica nella pagina dello spettacolo: il fatto è che le elezioni americane sono esse stesse spettacolo, più che in ogni altro paese del mondo; nel caso di specie, lo si sa come sono i fratelli evangelisti, l’endorsement alla candidata democratica contra Trump arriva nel bel mezzo di strumenti che suonano e giovani artisti intenti a celebrare Gesù nell’immensità della loro megachiesa, laddove si riuniscono, a Colorado Springs, per le loro celebrazioni e la condivisione di valori non troppo diversi dai nostri. Altre forme, altri modi, retta ragione alla base del proprio discernimento. E sono anche bravi, stando a chi ha partecipato alle funzioni: applauditissimi, giubilantissimi e politicamente rilevanti i ragazzi di questa discussa comunità evangelica nel cuore di uno Stato perfettamente rettangolare che nel 2008 e nel 2012 ha dato 9 Grandi Elettori ad Obama.

Discussi lo sono: il fondatore della comunità, tale Ted Haggard, fu bandito dalla stessa nel 2006 quando si scoprì che aveva pagato una marchetta del suo stesso sesso per certi servizietti inaccettabili per chi predica persino l’astinenza prima del matrimonio. Oggi la New Life Church è retta dal pastore Brady Boyd, sulla cui moralità non esistono dubbi rilevanti: ed è lui, con l’avvallo di molti dei suoi, ad avere forti dubbi su Trump presidente degli Stati Uniti. Così, tra palchi multicolori con microfoni da cui partono generosi “Allelujah!” e meeting familiari nei quali si predica la perfetta letizia cristiana, gli evangelisti di Colorado Springs preparano la loro campagna elettorale autonoma: «Pregheremo per entrambi i candidati», dicono, ma dopo un endorsement così netto per la Clinton c’è poco da credere che questi operosi fratelli non si attiveranno per trasformare i loro convincimenti in elemento di vittoria per il candidato sostenuto. Il pastore ventottenne Adam Meliski, che ha condiviso con alcuni giornali occidentali la posizione della New Life su Trump, è uno che si è fatto duemilaottocento chilometri New York a Colorado Springs per entrare in quella che ritiene essere la dimensione migliore della propria fede. Qui, in uno Stato in cui i cristiani rappresentano l’85% della popolazione – il 50% di loro sono protestanti – tra un celebrazione rock e l’altra Adam porta avanti la sua predicazione. Che importa se alcuni lo ritengono un folle, ad aver abbandonato la Grande Mela per recarsi nel bel mezzo del nulla, a cantare e pregare in una comunità peraltro viziata dall’incidentuccio di Haggard? «Voglio condividere Gesù con tutti – dice il giovane pastore – È spiacevole preoccuparsi più della fede degli altri che delle persone stesse». Come Trump, che della fede degli altri, in specie dei seguaci di Maometto, ha fatto un nodo cruciale della propria candidatura. E adesso rischia di raccoglierne i frutti proprio nel bacino dei propri elettori potenziali. La New Life, lo si è detto, sarebbe repubblicana. Ma proprio come alle alte sfere del Partito Repubblicano la candidatura di Trump non gli va giù. Ha avuto un po’ di mogli, per esempio. E gli evangelisti hanno su questo una pozione rigida e severa, molto più dei molli cattolici europei.

Come che sia, il messaggio che emerge netto è che “Gesù sia meglio di Trump”, e che la fedeltà al primo debba tradursi nel rifiuto del secondo. Che Gesù sia meglio di tutto, naturalmente, non c’è dubbio: ma patate con patate e cipolle con cipolle, avrebbero detto le nostre maestre di scuola, non si possono sommare o sottrarre e nemmeno comparare elementi che stanno su due piani completamente diversi. Certo il conto torna lo stesso: la fede deve inficiare la politica e quindi tradursi se necessario in presa di posizione. Nostro Signore non è in competizione con il miliardario americano, sebbene possa determinare il buono o il cattivo esito di queste elezioni. Non per nulla lo stesso Trump, nel bel mezzo della campagna per le primarie, aveva ripetutamente corteggiato la comunità cristiana americana: «Dobbiamo proteggere la cristianità, se guardate a quello che succede in tutto il mondo, i cristiani sono sotto assedio – aveva detto a gennaio, quando la sfida con Ted Cruz era ancora aperta e quest’ultimo risultava particolarmente ben visto nella destra cristiana – Io sono protestante e sono molto orgoglioso di esserlo, presbiteriano per essere esatti». Più tardi, lo si ricorderà, un mezzo incidente diplomatico con papa Francesco lo aveva costretto a ribadire di essere “un buon cristiano” oltre che naturalmente “a very nice person”, una gran brava persona. Un qualche strappo, tuttavia, si consumò ugualmente, non con le comunità protestanti in senso stretto (esse non riconoscono alcuna autorità al papa) ma con il concetto stesso di religione. Passò per strafottente: e se questa si dimostrò una fortuna in certi campi – l’outsider fa sempre simpatia – in altri e in modo particolare in quello della fede una frattura continuò ad esistere. Ed oggi si manifesta, nelle dichiarazioni di una piccola chiesa indipendente che farà comunque la sua parte, c’è da crederlo, per mettergli i bastoni tra le ruote da qui all’8 novembre.

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