Catania. Il trionfo della drammaturgia sonora: Andrea Chénier al Teatro Massimo Bellini

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di Norma Viscusi

Foto di Giacomo Orlando

CATANIAIl palcoscenico del Teatro Massimo Bellini ha ospitato una ripresa di Andrea Chénier di Umberto Giordano che si impone, senza esitazioni, come la punta di diamante dell’attuale stagione lirica catanese. Riportare in scena un titolo che, pur appartenendo di diritto al grande repertorio, sconta talvolta l’onere di un confronto schiacciante con il perdurante e monopolistico dominio pucciniano, rappresentava una scelta coraggiosa, una sfida che l’ente etneo ha affrontato frontalmente, uscendone vincitore a pieni voti attraverso un allestimento che ha saputo restituire alla partitura la sua esatta e complessa dimensione estetica.

La scrittura di Umberto Giordano, troppo spesso banalizzata sotto l’etichetta di un verismo epidermico, rivela in Andrea Chénier una ricchezza e una consapevolezza formale di prim’ordine. Ci troviamo di fronte a un autore dotato di un senso spiccato del teatro e di un’efficacia drammaturgica implacabile, la cui vera innovazione risiede nella capacità di tratteggiare linee melodiche modellate con naturalezza sulle inflessioni del parlato – assecondando magistralmente il denso libretto di Luigi Illica – per poi farle deflagrare, senza soluzione di continuità, in originali e incandescenti accensioni liriche, il tutto in un tessuto orchestrale che letteralmente respira con il dramma, facendosi ora smagliante e turgido, ora cameristico e intimo, senza nascondere colte ascendenze europee: non sfugge infatti, all’orecchio attento, l’assimilazione della lezione wagneriana, palese non solo nell’uso di un cromatismo tensivo, ma nell’esplicita apparizione del Tristan-Akkord, spia armonica di un dramma che sublima gli ideali di rivoluzione e libertà nell’inevitabile approdo a un Liebestod fatale e trasfigurante nel grandioso duetto finale.

Foto di Giacomo Orlando

Il punto di forza assoluto di questa rappresentazione, e la chiave di volta del suo successo, è stata la formidabile lettura offerta dal podio. Si è assistito al ritorno di una concezione teatrale che “sa di altri tempi”, nel senso più nobile e glorioso del termine, un’epoca in cui il direttore d’orchestra si faceva autentico demiurgo della rappresentazione. Abbandonata ogni rigidità, la bacchetta del Maestro Paolo Carignani ha garantito una conduzione di ammirevole “elasticità”, capace di assecondare il continuo e insidioso trascolorare dal declamato all’arioso, con una cura impeccabile delle sfumature timbriche e della dinamica orchestrale. Questa direzionalità precisa e inesorabile ha fornito il giusto colore e la necessaria potenza, rifuggendo con eleganza quegli scadimenti e quegli eccessi retorici che sovente affliggono le esecuzioni delle opere della Giovane Scuola.

La centralità della logica architetturale dell’interpretazione musicale ha trainato, a cascata, ogni altro aspetto dell’allestimento, dimostrando che, con un autore dalla scrittura così densa e stratificata, l’unità di visione drammaturgico-sonora è l’unica strada percorribile, confermando così l’ovvia (ma purtroppo oggi troppo spesso dimenticata) fondamentale importanza di affidare l’opera a dei professionisti “navigati” del settore, quei direttori d’orchestra, forse un po’ in via d’estinzione, che riescano a illuminare lo spettacolo con una densa intenzione interpretativa, cosciente della grande tradizione che l’opera (italiana) porta con sé.

Foto di Giacomo Orlando

Di fronte a una partitura così esigente e ricca come quella dello Chénier di Giordano, l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini ha dato un’ottima prova di sé, rispondendo con precisione, compattezza e ricchezza di suono alle complesse sollecitazioni della concertazione. Altrettanto eccellente il Coro, istruito dal Maestro Massimo Fiocchi Malaspina, chiamato a un ruolo che è a tutti gli effetti quello di un personaggio collettivo: la compagine ha mostrato un ampio spettro dinamico e un’efficacia scenica che ha conferito vitale realismo ai quadri d’assieme, dall’iniziale salone aristocratico ai tumulti rivoluzionari assetati di sangue del processo del terzo quadro.

La regia di Giandomenico Vaccari ha optato per un impianto tradizionale, una scelta saggia, che ha valorizzato la struttura dell’opera anziché remare contro di essa con sovrastrutture concettuali arbitrarie. Nel sostanziale rigore verso le indicazioni di Illica, l’allestimento non ha comunque rinunciato a tocchi di originalità, mantenendo la focalizzazione sui moti interiori dei protagonisti e sulla spietatezza della macchina storica, assecondato anche dalla bellezza delle scene, essenziali quanto efficaci.

Il cast vocale si è inserito con grande intelligenza in questa visione d’insieme, amalgamando personalità diverse in un unicum teatrale altamente credibile. Su tutti si è stagliato il Carlo Gérard di Devid Cecconi; fortemente in parte, ha esibito una vocalità densa, scura e drammaturgicamente mobilissima, unita a una presenza scenica impeccabile. Il suo Gérard ha restituito tutta l’ambiguità tragica dell’uomo diviso tra furore ideologico e nobiltà d’animo, confermando una statura artistica di assoluto rilievo. Ottima la prova della protagonista femminile, Valeria Sepe, nei panni di Maddalena di Coigny. Se in alcuni rari passaggi la sua voce è rimasta lievemente in ombra, sovrastata dall’imponente (e prominente) sinfonicità dell’orchestra, il soprano ha saputo emergere con classe cristallina nei momenti più intimi: la sua lettura del grande duetto del secondo atto e, soprattutto, l’estasi del finale e i ripiegamenti lirici de “La mamma morta” sono stati risolti con fraseggio nobile e toccante.

Nel ruolo del titolo, il tenore Fabio Sartori ha affrontato con onore una delle tessiture più ardue del repertorio. Sebbene una maggiore cura nell’azione scenica e nel fraseggio prosastico avrebbe giovato alla tridimensionalità del poeta, la voce non ha mancato l’appuntamento con le attese accensioni liriche (dall’Improvviso ai grandi slanci dei duetti, passando per l’altrettanto intenso “Come un bel dì di maggio”), garantendo l’eroismo squillante richiesto dalla parte.

Una produzione quindi, questa catanese, che ha avuto il grande merito non solo di regalare una serata di grande teatro, ma di ribadire un fatto inoppugnabile: il genio di Umberto Giordano necessita di una definitiva e profonda rivalutazione. La sua figura, nota al grande pubblico quasi esclusivamente per Andrea Chénier e Fedora, si inserisce in una schiera di contemporanei capaci di concepire architetture musicali di prim’ordine, opere che, affrontate con questo rigore esegetico e questa qualità esecutiva, dimostrano un’attualità e una presa emotiva capaci di incontrare e scuotere profondamente il gusto del pubblico contemporaneo.