Lettera aperta: racconto di un’attesa

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di Carmela Venuti

La lunga fila dei carrelli nel parcheggio al supermercato anticipa che ci sarà tanto da aspettare, si perché è la prima cosa che pensi mentre arrivi, la seconda invece sono le immagini che da casa guardando la TV avevi definito “paradossali”, e che ritrovi identiche proprio sotto i tuoi occhi. La fila è lunga  ma in realtà sono solo i carrelli ad essere allungati, la distanza tra di loro deve essere di sicurezza ma anche di circostanza. Con aria distratta ci si guarda intorno, si fa finta di ignorare mascherine che ci coprono il volto e che ci riparano dalle paure, ma tutti almeno un paio di volte abbiamo incrociato lo stesso sguardo da cui un attimo primi ci eravamo distolti. Sono poche le persone che parlano (lo vedo), ma sono tante quelle che pensano (lo sento). Sento l’opprimente pesantezza di un silenzio innaturale che ci ha portato via la spontaneità, vedo un timore imbarazzante nel prendere le distanze alimentato dall’incertezza e dal dubbio che, l’uno potrebbe essere un potenziale pericolo per l’altro e, vedo altri allontanarsi a loro volta al solo udire un banale colpo di tosse. Resto in disparte ad osservare, lo scenario a cui assisto mi obbliga a riflettere sulle differenze tra, ieri e l’oggi .

Ieri scettici e perplessi guardavamo a quella parte del mondo come un mondo parallelo che vive e si muove lontano e, dove il nemico invisibile nonostante  la sua avanzata non ci avrebbe mai raggiunto, sembrava di essere al riparo da tutto quello che non aveva avuto il tempo di essere considerato, e che, stava lì in attesa della tua prossima mossa. Oggi? Beh, oggi sappiamo con certezza che ci eravamo soltanto illusi. Avanzo di qualche passo, i carrelli davanti a me procedono lentamente verso l’ingresso, per ogni persona che esce, un’altra ne entra , serve ad evitare gli assembramenti, i contatti, il rischio di contagio e l’assalto agli scaffali: sono le regole; per fortuna non fa freddo e tutti sembrano essere dotati di un insolita pazienza e di un apparente calma, mi viene spontaneo pensare che, forse per loro: dopo la chiusura delle scuole, le attività, la sospensione dal lavoro e il divieto di uscire da casa.

Il tempo non conta più, che avevano già vissuto tutto questo e quindi superato, mentre io tutto questo lo vivo per la prima volta e, che la mia “apparente” calma nasconde un’agitazione pari ad una tempesta emotiva di tipo traumatica. Per la seconda volta, vedo le cose cambiare, stravolgersi a tal punto che tutto quello che per anni faceva parte del mio quotidiano, del mio stile di vita dentro e fuori e che mi apparteneva, non c’è più. Senza preavviso da parte loro, e senza sospetto da parte nostra, non ci permettono di entrare in azienda , siamo tutti fuori in attesa di chiarimenti e, tra mille ipotesi e congetture, l’amara verità; i nostri responsabili in camice bianco e mascherina ci invitano al silenzio un incaricato distribuisce moduli uno da tenere ci spiegano, l’altro da compilare e restituire, indispensabili ci dicono, per dimostrare ad eventuali controlli da parte delle forze dell’ordine che ci spostiamo unicamente per andare a lavorare e per informare l’azienda se vi erano stati negli ultimi mesi contatti con persone provenienti da zone a rischio o, se avevamo viaggiato di recente.

Ci vengono dati guanti e mascherina e ci vengono fornite nuove istruzioni. Vietati i contatti tra noi, mantenere la distanza di sicurezza, doppio ingresso per noi lavoratori, pause scaglionate, doppia sala mensa, e niente assembramenti. Un medico di assistenza lavoratori ci spiega il perché, ci parla dei rischi da contagio, della gravità della situazione, di norme igienico sanitarie da adottare al lavoro e a casa, e che noi nonostante tutto come filiera alimentare dobbiamo continuare a lavorare  garantire un bene di prima necessità che l’azienda avrà cura e attenzione di tutti noi lavoratori ma, che noi per primi dobbiamo rispettare le regole.

Assorta dai miei pensieri non mi ero accorta che la fila davanti a me si è quasi del tutto ridotta e che tra poco mi faranno cenno di entrare, l’attesa cede ai pensieri, non siamo liberi di entrare ma siamo liberi di pensare; ripenso alla collega che vidi piangere mentre fumava una sigaretta, a lei ad una settimana dal matrimonio di suo figlio avevano annullato tutto, a Pietro che il giorno prima avevamo augurato “buon viaggio”, e che l’indomani era ancora lì al suo solito posto, gli avevano cancellato  il volo per la Germania e suo figlio è stato costretto a sposarsi senza di lui, a Giuseppe che per la paura del contagio ha preferito portare la moglie in gravidanza da sua madre e lui è rimasto solo, penso a me, che tutte le mattine aspetto mio figlio per entrare al lavoro insieme dopo un abbraccio e che oggi ho salutato da lontano. Sarà la cosa più difficile da sopportare.

La gravità della situazione ci è piombata addosso con tutto il peso delle sue responsabilità, tutti siamo chiamati a rispondere, tutti dobbiamo prendere coscienza dell’ordine principale “distanziamento sociale” per appiattire la curva dei contagi ; i numeri sono impressionanti, gli ospedali al collasso l’epidemia diffusa ormai su tutto il paese, infatti non potendola più fermare, adesso si tratta di farla rallentare, è l’unica possibilità per evitare il crollo del sistema sanitario.

Il governo stringe sempre di più il cerchio nel corso di una settimana l’Italia è passata dalla chiusura delle scuole alla chiusura dell’intero Paese, cambiando radicalmente paradigma. In questo momento l’Italia è sotto i riflettori di tutto il mondo, eppure è stato il primo paese europeo a confrontarsi con l’avanzare incontrollato dell’epidemia e non ha potuto trarre né dalla propria storia né dall’esperienza di altri paesi europei un modello al quale ispirarsi, cresce la sensazione di essere stati ancora una volta abbandonati dall’Europa in una condizione di grave crisi, il governo ci chiede aiuto : restate tutti a casa.  E’ arrivato il momento di dimostrare a tutto il mondo che il popolo italiano è UNITO nella lotta aiutando il proprio governo, rimanendo DISTANTI per la vittoria.

Oggi più che mai c’è bisogno di pazienza, tutti ormai sappiamo che dobbiamo restare a casa, che abbiamo un solo modo per sconfiggere questo nemico, restare uniti nella lotta e distanti tra noi per il bene di tutti. Siamo alla resa dei conti, siamo ad una svolta, al di là della nostra storia personale, dei sacrifici. Tutti dobbiamo fare la nostra parte per raggiungere lo stesso obiettivo, tornare liberi. Se il tempo ci è sempre sfuggito di mano, se è passato sempre troppo in fretta, se non ci è mai bastato, se ci ha sempre inseguito, oggi possiamo vivere la sua densità sotto un’altra forma; riscoprendo i valori della famiglia, e delle piccole grandi cose da fare insieme, senza fretta, senza stress, e senza dimenticare la ragione più importante: risolvere la questione più importante…questione di vita o di morte.

Tocca a me entrare ho avuto il via libera se non fosse stato necessario non sarei venuta, vorrei già essere a casa, io vorrei stare a casa ma non posso, io faccio parte di quelle persone che lavorano per garantire agli altri le materie di prima necessità, una di quelle persone che una settimana prima tra colleghi a pausa pranzo tra commenti, ipotesi di complotti all’umanità, congetture fantascientifiche, religiose, filosofiche, visionarie, risate e tanta serenità,  hanno visto trasformare il loro centro di lavorazione in una specie di centrale nucleare, che lavorano e pensano alla settimana prima quando per tutti il solo pensiero di fermarsi faceva paura; oggi  tutti sappiamo bene, che la cosa più importante siamo noi e che tutto il resto può aspettare e lo dimostriamo lavorando per chi resta a casa e lo fa anche per noi, mi avvio all’interno del supermercato forse ho pensato troppo, ma chi di noi in questo preciso momento non si chiede quale sarà il nostro futuro …ho bisogno di sapere solo una cosa importante in questo momento, “Pronto? Ciao mamma come stai? Andrà tutto bene”.

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