Il “mea culpa” di Benedetto XVI. Che non c’è

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di Giuliano Guzzo

«”Mea culpa”: nella liturgia cattolica, frase contenuta nel Confiteor, con la quale il fedele riconosce la responsabilità dei proprî peccati». Il vocabolario Treccani è cristallino nel ricordare il significato d’una espressione che, in realtà, dovrebbe esser già ben nota. E quindi nel dimostrare come quei giornaloni, Repubblica in primis, che stamane hanno presentato così la lettera del Papa emerito Benedetto XVI circa il rapporto sugli abusi nell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga, ecco, abbiano serie difficoltà non solo nel capire la Chiesa (già si sapeva), ma pure la lingua italiana (questa è una novità).

Queste, infatti, le parole di Ratzinger nella lettera del presunto «mea culpa»: «Ancora una volta posso solo esprimere nei confronti di tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono. Ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica. Tanto più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il mio mandato nei rispettivi luoghi. Ogni singolo caso di abuso sessuale è terribile e irreparabile. Alle vittime […] va la mia profonda compassione e mi rammarico per ogni singolo caso».

Non solo. Il Papa emerito ha pure smentito, con questo intervento, d’aver coperto dei violentatori in talare, e si è rammaricato che una svista dei suoi collaboratori, inserita una memoria difensiva inviata a Monaco (l’assenza ad una riunione in cui, invece, era presente), sia stata utilizzata per metterlo sotto accusa sia come inadempiente rispetto al contrasto dei crimini nella Chiesa, sia come bugiardo: «Mi ha profondamente colpito che la svista sia stata utilizzata per dubitare della mia veridicità, e addirittura per presentarmi come bugiardo». Tutto chiaro?

Ricapitolando, il Papa emerito ha negato d’aver protetto o anche solo non punito dei sacerdoti che sapeva essere responsabili di certi crimini. Ciò nonostante, ha (ri)chiesto alle vittime dei pedofili preti in quanto ha «avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica», e perciò – per questo suo ruolo, solo per questo – si sente (cosa diversa dall’essere) moralmente corresponsabile di quanto avvenuto; è come, per fare esempio, se un Ministro della Difesa esprimesse vergogna per i crimini commessi da alcuni soldati infedeli. Ma il «mea culpa», signori, è un’altra cosa. E lo è pure il giornalismo. giulianoguzzo.com

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