Usa. I media sono davvero di parte (e minimizzare non è serio)

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Donald Trump, presidente degli Stati Uniti.

di Giuliano Guzzo

Se c’è una certezza, a seguito di queste elezioni Usa molto combattute e tutt’ora parecchio incerte, è il ruolo platealmente militante dei media che, guardandosi bene dal seguire e commentare le presidenziali, sono scesi manu militari nell’agone politico mettendosi prima a contrabbandare come attendibili i sondaggi che davano al candidato democratico, Joe Biden, un vantaggio astronomico poi rivelatosi fasullo e, poi, a presentare come farneticazioni le proteste del presidente uscente Trump contro presunti brogli ai suoi danni, con tanto di interruzioni di interventi in diretta dello stesso tycoon, liquidato alla stregua di un allucinato bisognoso di un bravo medico.

Ora, quale che sia l’idea che ciascuno può legittimamente avere di queste elezioni americane, un fatto appare pacifico: davvero i media tifano democratico. Non lo insinuano nello staff di Trump, lo ammettono apertis verbis gli stessi giornalisti progressisti. Basti pensare a quanto dichiarato ancora lo scorso anno da una brava giornalista come Lara Logan, a lungo inviata di guerra in Iraq e Afghanistan e corrispondente del programma della CBS 60 Minutes: «I media di tutto il mondo sono per lo più liberal. Non solo negli Usa, anche se qui l’85 per cento dei giornalisti è tesserato come democratico, quindi non si tratta di illazioni, ma di dati di fatto».

Che queste non siano congetture è provato dalla letteratura, che conferma come circa l’80% dei giornalisti sia progressista anche se viene detto che «nonostante la schiacciante composizione liberal dei media» non ci sono «prove di pregiudizi di questi media nella copertura delle notizie» (Science Advances, 2020). In realtà, il modo arrogante con cui, come si diceva poc’anzi, in questi giorni si è da una parte interrotto il collegamento ad una conferenza di Trump e, dall’altra, si son prese per oro colato le proiezioni della Cnn per dichiarare vincitore Joe Biden, che allo stato non ha ancora 270 grandi elettori, ha colmato ogni asserita carenza di «prove» sulla faziosità mediatica.

D’altra parte, ciò che si vede ora ha illustri precedenti. In un bel libro curato dal giornalista Massimo Pandolfi (Inchiostro rosso, Ares 2004), si dava per esempio conto di una ricerca realizzata in 6 mesi di monitoraggio di giornali, lanci di agenzia e programmi; l’esito di quel lavoro sottolineava che sì, la gran parte dei giornali italiani di allora era – dato che parliamo di un volume di oltre 15 anni fa – smaccatamente ostile a Silvio Berlusconi. Non c’è insomma nulla di che stupirsi del fatto che oggi il mondo giornalistico militi per il fronte liberal, tema su cui peraltro esistono ormai vari volumi, come Left Turn (Griffin, 2012) di Timothy Groseclose, docente alla George Mason University.

Certo, ci si potrebbe chiedere come mai, se in generale l’elettorato – non solo in America – tende a spaccarsi tra conservatori e progressisti, il mondo dei media sia quasi del tutto progressista. Le spiegazioni di tale sbilanciamento sono varie, e spaziano dal fatto che già le università sono spesso culturalmente progressiste alla maggiore militanza – con conseguente voglia d’indirizzare gli altri secondo le proprie visioni – che caratterizza l’elettorato progressista che, essendo tra l’altro in generale più laico, pone scarsa fiducia nella Provvidenza e moltissima nella facoltà umana di plasmare fatti, eventi e naturalmente opinioni. Il vero dilemma, ora, non è quindi se i media siano di parte – cosa acclarata -, ma che cosa si sta aspettando a ritenere tutto ciò un problema.

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