Non “dipende dagli italiani”, caro Conte. Dipende da tutti

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Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

di Giuliano Guzzo

Adesso che la seconda ondata non è più un’ipotesi ma una realtà – solo da giovedì scorso ad oggi, in Italia, i ricoverati nei reparti ospedalieri Covid sono passati da 3.925 a 5.796 (+48%), e le terapie intensive sono lievitate da 358 a 585 (+63%) -, si è verificato un assurdo rimpallo di responsabilità, con il premier Giuseppe Conte che, a proposito di un nuovo lockdown, ha già messo le mani avanti scaricando ogni colpa sui cittadini («dipende dagli italiani»). Il che, intendiamoci, in parte può pure essere vero – in una pandemia è la condotta collettiva a far la differenza -, ma è vergognoso che un presidente del Consiglio dica cose simili.

Perché se tutto «dipende dagli italiani», caro Conte, tu e il tuo governo che ci state a fare? Ripeto: vergogna. Al tempo stesso, tuttavia, va compreso che, anche avessimo un governo meno disastroso di quel che abbiamo (ci vorrebbe poco), il Covid-19 ora non sarebbe comunque di facile gestione. Lo prova l’affanno in cui si trovano Francia, Spagna, Regno Unito e tanti altri Paesi. Certo, dopo un’estate di relativa tranquillità l’esecutivo avrebbe dovuto pianificare meglio tantissime cose in vista dell’autunno; penso ai sovraffollamenti sui mezzi pubblici, solo per citarne una.

Ma con il coronavirus adesso comunque non sarebbe stata una passeggiata. Adesso saremmo comunque quindi stati chiamati – come di fatto siamo, per la tutela nostra e del prossimo – ad osservare ogni santo giorno, pur senza panico chiaramente, tutte quante le precauzioni in modo scrupoloso (c’è ancora parecchia gente che, per strada, usa le mascherine come collare, che considera ribelle comportarsi come se nulla fosse, e via di questo passo). Tutto questo per dire che il pur appassionante tempo delle diatribe e dei rimpalli di responsabilità più o meno vergognosi e ingenui, ecco, purtroppo sta finendo.

Sta invece venendo il tempo in cui tutti – a partire dal signor Conte e dai suoi improbabili ministri che la Speranza, al massimo, la portano nel cognome – dobbiamo rimboccarci le maniche. Non tanto per evitare un nuovo lockdown, mini, medio o extralarga che sia: quello è proprio il minimo. Dobbiamo rimboccarci le maniche, senza farci cullare dall’illusione che «andrà tutto bene» – tutto bene un corno -, ma capendo che, da chi siede a Palazzo Chigi all’ultimo dei lavoratori, dal più giovane al più anziano, siamo chiamati alla riscoperta di un nuovo senso di responsabilità.

La stessa responsabilità che, per inciso, avremmo dovuto già riscoprire in primavera. Se non faremo questo, se continueremo ad addossare le conseguenze della pandemia a qualcun altro – da qualche oscura casa farmaceutica alle feste domestiche, a seconda della scuola di pensiero -, forse trarremo qualche tenue beneficio psicologico, restando al riparo in schemi manichei e nelle nostre visioni. Ma sarà comunque – sai che consolazione – ballare sul ponte del Titanic. Invece qui si tratta di rimboccarsi le maniche (o di continuare a farlo) capendo che in ballo, stavolta, c’è sul serio quella cosa enorme, bellissima e spesso evocata a sproposito. Il futuro.

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