12182018FREEDOM FLASH:


Libri. Intervista a Diego Galdino, autore di “L’ultimo caffè della sera”

Diego Galdino

Diego Galdino

A quanti anni inizia la sua vocazione letteraria?
Mi sono scoperto scrittore molto tardi, anche se da bambino scrivevo delle storie di fantascienza, affascinato da cartoni animati come Goldrake o Mazinga Z, ricordo che la signora Maria, uno dei personaggi de Il primo caffè del mattino, mi cuciva insieme i fogli per farli diventare dei piccoli libri. Mi dispiace tantissimo che siano andati persi.

Ci sono nella sua vita degli eventi particolari che hanno agevolato il suo accostamento alla scrittura?
Sono diventato uno scrittore per merito – o colpa – di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.
 
Cosa si prova ad essere considerati il Nicholas Sparks italiano?
Di sicuro io lascio che siano gli altri ad usare per me questa definizione, perché io non mi permetterei mai nemmeno di pensarla una cosa del genere. Stiamo parlando del più importante scrittore di romanzi d’amore al mondo e al momento i numeri e i film tratti dai suoi libri dicono che lui è di un altro pianeta. L’ho sempre considerato un maestro e già solo essergli accostato fa di me un discepolo felice. L’ho incontrato durante un suo firma copie a Milano, io avevo appena firmato il contratto con la Sperling & Kupfer, la stessa casa editrice che pubblicava i suoi romanzi in Italia e lui quel giorno fu con me estremamente gentile e cordiale, auspicò per me un luminoso futuro letterario ed ad oggi, dopo aver pubblicato cinque romanzi con una casa delle più importanti case editrici italiane e pubblicato con successo in otto paesi europei e sudamerica, mi piace pensare di essere riuscito a dargli ragione.
 
Qual è il tema che accompagna i suoi romanzi? Ha un tema portante privilegiato o si lascia ispirare da qualunque cosa?
A me piace scrivere romanzi d’amore, perché scrivo quello che sento, quello che il mio cuore ha bisogno di esternare, io amo l’amore e tutti i suoi derivati. Come diceva Sean Connery nel film Scoprendo Forrester… “Scrivere non è pensare, è scrivere, la prima stesura va scritta di getto, in modo istintivo, non con la testa, ma nemmeno con il cuore, va scritta di pancia.” Quando io inizio a scrivere una storia lei è già tutta nella mia testa, dall’inizio alla fine, scrivere per me è come se avessi visto un bel film e lo raccontassi a qualcuno che non ha la possibilità di vederlo con i suoi occhi. Per questo cerco di creare con le parole delle immagini, per dare al lettore l’opportunità di vedere ciò che io ho già visto attraverso la mia immaginazione.
Di sicuro per me scrivere ha la valenza di una seduta terapica, come se il libro fosse uno psicologo che ti ascolta senza pregiudizi e ti giudica in modo oggettivo. Sei consapevole che grazie a lui puoi dire la verità, tutta la verità, forse quella che non hai mai detto a nessuno, senza doversi preoccupare delle conseguenze.
La copertina del libro di Galdino

La copertina del libro di Galdino

Cosa pensa di come viene percepita oggi la letteratura e l’arte in generale?
Beh! Forse nel nostro paese vengono percepite poco, malgrado la nostra tradizione al riguardo sia una delle più fervide ed importanti al mondo. Adesso la tecnologia la fa da padrone, dando tantissime fonti di distrazione, in particolari ai ragazzi. Io da sempre ho cercato di coinvolgere le mie figlie portandole con me fin da bambine a visitare mostre e luoghi storici, grazie anche alla capacità immensa della mia città di darmi ogni giorno qualcosa che valga la pena vedere con i propri occhi. Qualche mese fa sono andato con mia figlia più grande a vedere il manoscritto originale della poesia L’infinito di Giacomo Leopardi esposto per celebrarne i duecento anni dalla sua creazione in un museo di Roma. Ricordo il dispiacere della curatrice della mostra per la pochissima affluenza delle scuole. Cosa davvero sconcertante se si pensa all’importanza che quel foglio scritto a mano ha per la letteratura italiana, se non mondiale. Io faccio collezione di prime edizioni, adoro sentire il profumo della carta consunta dal tempo e dalle dita di tante persone che l’hanno sfogliata, prima di me. Il mio romanzo preferito è Persuasione di Jane Austen, un capolavoro, secondo me il padre di tutti i romanzi romantici moderni, di cui custodisco gelosamente una copia del 1890. Credo che con questo abbia detto tutto.

Una domanda forse scomoda ma che le consente massima espressione: Dovesse evidenziare un aspetto della sua produzione quale evidenzierebbe? …e della sua personalità? Cosa bisogna sapere obbligatoriamente di Lei per poter cogliere sino in fondo i suoi scritti?
Il grande romanticismo che accompagna da sempre il mio modo di vivere la vita, la ricerca spasmodica della dolcezza, della sensibilità, nel percepire l’amore partendo dai dettagli, dai gesti più semplici e banali. Chi si avvicina ai miei romanzi, deve sapere che io sono uno scrittore di romanzi d’amore nel vero senso del termine. In ciò che scrivo non troverà la verità assoluta su questo sentimento, né la mia, troverà delle semplici pagine, delle semplici storie forse come ce ne sono state già tante, in cui far specchiare il proprio cuore e ritrovarsi o ritrovare quel sentimento che magari pensa di aver perso o mai provato.
 
Organizzare le presentazioni in giro per l’Italia sono per lei motivo di entusiasmo? Quali opportunità materiali e morali offrono a Lei e ad i suoi lettori?
Sono davvero lusingato di avere la possibilità di presentare il mio ultimo romanzo in giro per l’Italia. Sono occasioni che mi gratificano come scrittore, facendomi sentire importante anche in Italia, dopo aver presentato le edizioni straniere dei miei romanzi alla Fiera di Francoforte, Madrid, Varsavia e aver rappresentato l’Italia al Festival di letteratura europea in Germania. Mi aspetto dal pubblico siciliano quello che mi ha sempre donato, affetto, stima e comprensione per un operaio della pagina scritta che non vuole insegnare niente a nessuno, ma solo raccontare una storia, la sua e quella dei protagonisti dei suoi libri.
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