Adrano, il sindaco Fabio Mancuso sospeso dall’incarico dopo condanna in Appello per bancarotta

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Fabio Mancuso, sindaco sospeso della città di Adrano (Catania)

La Corte d’Appello di Messina ha confermato in secondo grado la condanna a 3 anni e 10 mesi di reclusione per il reato di bancarotta nei confronti di Fabio Mancuso, attuale sindaco di Adrano. La vicenda giudiziaria affonda le radici nel fallimento della società Ascom Finance, entità collegata alla Confcommercio, per fatti risalenti a circa sedici anni fa, periodo in cui il politico etneo rivestiva la carica di deputato all’Assemblea Regionale Siciliana. A seguito del pronunciamento dei giudici peloritani, per il primo cittadino adranita si aprono ora le procedure previste dalla legge Severino, che determinano la temporanea sospensione dalla carica istituzionale.

A stretto giro dalla diffusione del verdetto, Mancuso ha affidato a una lunga nota pubblica la propria posizione, ribadendo la propria estraneità alle contestazioni e confermando la decisione di non rassegnare le dimissioni per evitare l’arrivo di un commissario prefettizio: le funzioni di sindaco verranno temporaneamente assunte dal vicesindaco Agatino Perni, affiancato dalla giunta municipale. “Sospensione non significa decadenza: sono e resto il sindaco eletto dai cittadini. Affronteremo il ricorso in Cassazione per dimostrare la mia totale innocenza” ha dichiarato il primo cittadino, sottolineando come la vicenda riguardi una sfera d’attività privata che non tocca l’amministrazione comunale adranita.

Sulla decisione è intervenuto anche il difensore di Mancuso, l’avvocato Francesco Messina, che ha evidenziato il peso di una vicenda giudiziaria protrattasi per ben sedici anni, criticando i tempi dell’iter e preannunciando l’impugnazione del provvedimento non appena saranno depositate le motivazioni: “Siamo stati chiamati a difenderci dal processo prima ancora che nel processo. Valuteremo ogni iniziativa di ricorso, nella ferma determinazione di far valere le nostre ragioni dinanzi ai giudici della Corte di Cassazione”.