A Milano la favela degli immigrati sotto la tangenziale

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“Più attenzione per le periferie”: Beppe Sala lo aveva promesso il primo giorno del suo mandato di sindaco, garantendo maggiori risorse per i territori – geografici e sociali – ai margini di Milano. Un buon luogo dove iniziare questo lavoro potrebbe essere la periferia est del capoluogo lombardo, dove le case cedono in posto ai campi e i primi corsi d’acqua solcano la pianura.

Qui, sotto i cavalcavia della tangenziale est, il neo sindaco troverebbe trenta ragazzi che da un mese vivono fra la polvere e i rifiuti, accampati all’ombra dello svincolo per l’aeroporto di Linate. Immigrati dal Pakistan e dall’Afghanistan, catapultati dalla sorte sul gradino più basso della piramide sociale della grande metropoli ambrosiana e scovati per primi dai giornalisti del magazine online The Submarine. Nel loro Paese erano minacciati dai talebani e perseguitati dalla povertà. Abdullah, trentasei anni, mostra un braccio martoriato dalle cicatrici da mine antiuomo: per poco gli ordigni disseminati dai sovietici nelle vallate pashtu non gli portavano via un arto.

Chi ha lasciato le montagne afghane sperando in un futuro migliore, però, è rimasto deluso. Le condizioni di vita qui sono miserevoli. Al riparo dei piloni della tangenziale i migranti hanno buttato a terra qualche asse di legno a mo’ di materasso, un misero giaciglio in precario equilibrio sopra le cassette della frutta e vecchie latte di vernice. Contro un pilastro del cavalcavia viene acceso il fuoco e la fuliggine ha annerito il cemento per diversi metri in altezza. Una grata su quattro ceppi diventa una griglia, ma basterebbe un po’ di vento perché le braci finiscano per incendiare le sterpaglie tutt’attorno. 

A pochi metri, auto e camion sostano in coda col motore acceso. I profughi però non sembrano – né forse potrebbero – preoccuparsene, mentre si riuniscono per la cena. “Sono nato a Karachi, in Pakistan – spiega Ahmed, il barbone nero ad incorniciare uno sguardo truce – Siamo arrivati in Italia un anno fa, a Gorizia. Poi Milano, al Cara di via l’Aquila”, indica col dito verso la città. “Da un giorno all’altro, però, ci hanno cacciati via e ora viviamo come cani: qui non abbiamo né cibo né medicine e per lavarci dobbiamo andare al parco Forlanini.” Al centro di accoglienza il personale della Croce Rossa non risponde alle domande dei cronisti, ma secondo fonti locali i profughi della tangenziale erano stati allontanati dal Cara perché poco inclini a rispettare le regole stabilite dalla prefettura.

Non sono stati tolti loro i documenti – quasi tutti sono ancora in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato – ma per il resto sono abbandonati a loro stessi. Nessuno, o quasi, si è ancora accorto di loro. In tutta Milano sono pronti circa duemila posti letto per affrontare l’emergenza migranti, ma anche questo sforzo potrebbe non bastare. Davanti alla Stazione centrale sono tornati i bivacchi come nel 2014 e nel 2015. Ieri mattina nel centro di via Corelli, a pochi metri dall’accampamento degli afghani, è scoppiata una rivolta: quattro operatori sono stati sequestrati in una stanza fino all’arrivo della polizia.

“I tempi di attesa per il riconoscimento dello status di rifugiato sono lunghissimi – ha spiegato l’assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino – E la situazione ormai è grave: ne parleremo a Renzi.” Il neo sindaco Sala insiste per sistemare i nuovi arrivati nel campo base di Expo, ma la proposta ha incontrato l’opposizione del governo regionale di centrodestra. E mentre la politica discute alla ricerca di una soluzione, i profughi restano all’ombra della tangenziale, sotto le macchine che sfrecciano veloci. Altri ne arriveranno, alla ricerca di una vita migliore che spesso non c’è. IlGiornale