Paternò, la politica al bivio. La necessità di una nuova leadership civica e moderata

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di Redazione

C’è una tentazione antica, quasi rassicurante, che attraversa ogni città colpita da uno scioglimento per infiltrazioni mafiose: quella di considerare il commissariamento come una sorta di lavatrice istituzionale. Si azzera tutto, si attende il ciclo completo. E alla fine si riparte con gli stessi protagonisti ma con camicie fresche di bucato. A Paternò, questa tentazione va respinta con una chiarezza brutale.

Perché lo scioglimento non è un incidente amministrativo, né una parentesi sfortunata. È al contrario la certificazione ufficiale di un fallimento sistemico della classe dirigente politica e amministrativa. E quando il sistema fallisce, non si cambia il vestito: si cambia il corpo. Il punto, dunque, non è quando si tornerà al voto. Il punto è chi, con chi e con quale credibilità.

Gran parte della classe politica anche moderata — che a Paternò ha rappresentato per anni una componente decisiva, spesso maggioritaria — deve compiere un atto che raramente la politica ama fare: prendere atto della propria inadeguatezza storica. Non in senso morale astratto, ma in senso concreto e operativo. Perché se una città viene sciolta per infiltrazioni mafiose, non esistono zone franche: esiste un ecosistema che ha tollerato. E nel peggiore dei casi sottovalutato e convissuto.

E allora il reset non può diventare un alibi per il ritorno dei soliti nomi, delle solite filiere, delle solite ambiguità travestite da esperienza. Serve, piuttosto, un cambio di passo che sia radicale, visibile e persino scomodo. Significa una cosa molto semplice, ma politicamente rivoluzionaria: fare un passo indietro.

Chi ha guidato, sostenuto o semplicemente orbitato dentro quel sistema deve avere l’onestà (o quantomeno il senso della realtà) di comprendere che il proprio tempo è finito. Non per sempre, forse. Ma certamente per questa fase storica. Al loro posto, va costruito qualcosa che oggi sembra quasi una parola dimenticata: una nuova leadership civica, di area liberale, moderata, centrista, giovane, dinamica.

Non un maquillage di facciata, non il solito gruppo di liste usate come contenitore elettorale che garantisca vecchi equilibri. Ma un processo autenticamente costituente, capace di mettere insieme energie nuove, competenze reali e soprattutto una distanza netta — culturale prima ancora che politica — da ciò che ha prodotto il commissariamento.

Un campo largo ma questa volta moderato, sì. Ma largo non nel senso della somma aritmetica di sigle e ambizioni personali. Largo nel senso di inclusivo, trasparente e impermeabile a logiche che, negli anni, hanno trasformato la politica in gestione opaca del consenso. Il rischio, altrimenti, è quello di assistere a una tragicommedia già vista: gli stessi attori che cambiano copione, sperando che i cittadini non riconoscano la trama. Ma Paternò non è più nella condizione di permettersi finzioni.

Dopo uno scioglimento per infiltrazioni mafiose la politica non può limitarsi a tornare. Deve giustificare il proprio ritorno. Deve dimostrare di essere cambiata. Ma soprattutto deve accettare che a guidare questa fase possano non essere più i protagonisti di ieri.

Perché la vera discontinuità non si dichiara: si pratica. E se il mondo moderato non sarà capace di questo salto, qualcun altro — magari meno attrezzato, magari più improvvisato — proverà a riempire quel vuoto. La storia insegna che i vuoti, in politica, non restano mai tali. Ma non sempre vengono colmati nel modo migliore. Per questo oggi la scelta è tanto semplice quanto spietata: rifondare o ripetere. E Paternò, francamente, non può più permettersi di ripetere.