Medioriente, timori sui mercati per il possibile blocco dello stretto di Hormuz

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L’escalation del conflitto in Medioriente rischia di produrre effetti diretti sui prezzi dell’energia, con particolare riferimento alla chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo marittimo strategico tra la penisola arabica e le coste iraniane. Il corridoio, lungo circa 39 chilometri e con una larghezza variabile tra i 33 e i 50 chilometri, è attraversato da oltre un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare e da più del 30% del gas naturale liquefatto. In apertura di settimana, le principali Borse internazionali hanno registrato andamenti negativi, mentre le quotazioni di greggio e gas hanno già evidenziato forti rialzi, alimentando preoccupazioni tra operatori e investitori.

Le forniture che transitano attraverso lo stretto provengono in larga parte dai Paesi del Golfo, area tra le più rilevanti al mondo per produzione petrolifera. Ogni giorno vi transitano circa 20 milioni di barili di petrolio e quasi il 20% del Gnl globale, in prevalenza proveniente dal Qatar. Secondo le stime, la sola Arabia Saudita movimenta quotidianamente attraverso quel passaggio circa cinque milioni e mezzo di barili.

Alla mattina del 2 marzo risultavano già danneggiate almeno tre petroliere nell’area interessata. Al di là delle dichiarazioni rassicuranti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha affermato di non nutrire preoccupazioni per l’andamento del prezzo del barile, un eventuale protrarsi del blocco potrebbe spingere il greggio fino a quota 100-120 dollari, con conseguenti ricadute sui costi di carburanti ed energia elettrica. In tale scenario, potrebbe rivelarsi insufficiente l’aumento produttivo di oltre 200mila barili al giorno previsto per aprile dagli otto Paesi aderenti all’alleanza OPEC+.