“Alta platea”. Carmina Burana di Carlo Orff a Taormina: un grande successo

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Norma Viscusi

di Norma Viscusi

Attirano un pubblico internazionale e numerosissimo i Carmina Burana a Taormina il 18 agosto. All’interno dei repertori di musica classica, possiedono il richiamo dell’alternativa alle ostinate proposte operistiche, che detengono il potere assoluto delle scene, e propongono un approccio musicalmente intrigante e avvincente. Entrando nel merito contenutistico e culturale, i Carmina Burana, sebbene riveduti da Carl Orff (1935-1936), da un punto di vista prettamente strumentale e con l’aggiunta di O fortuna, brano che apre e chiude lo snodarsi di poesie e canti in lingua latina, tedesca e francese antico, conservano il fascino misterioso del XII e XIII secolo, periodo in cui gli autori, i Clerici Vagantes, un gruppo di intellettuali e studiosi medioevali, prevalentemente ecclesiastici o studenti di teologia, filosofia e diritto canonico, viaggiava da un luogo all’altro in Europa, spesso senza fissa dimora. Erano noti per la loro attività di insegnamento, predicazione e composizione di opere letterarie, poesie e musica, ma non ricusavano di vivere con un certo spirito goliardico. Vagavano spesso senza fissa dimora per l’Europa e frequentavano tutti gli ambienti non disdegnando le taverne, da cui traevano spunti di allegra riflessione sociale, spesso dissacrante e d’ispirazione per i Carmina, brani che giocarono, pur nel loro originale spirito scanzonato, un ruolo importante nella diffusione della cultura e dell’istruzione durante il Medioevo. Premessa utile per contestualizzare stili musicali e culturali inusuali, difficili da interpretare, viste le diverse lingue, senza una opportuna traccia didascalica.

Foto di Pier Paolo Papalia

La struttura dei Carmina è una cantata divisa in più sezioni, ognuna delle quali esplora un tema diverso, come la fortuna, la precarietà della vita, l’amore, la natura e la morte. Temi universali osservati e riflettuti in modo universalmente condivisibile.

Per la prima volta è Salvo Dolce, regista siciliano di gusto e fervida creatività, a cimentarsi nella tessitura di una coreografia per una cantata prevista per soli voci e strumenti. Lungi dal ritenere che gesti, costumi e danze possano tradurre i densi contenuti tutt’altro che narrativi, Salvo Dolce osa interpretare con efficacia emotiva e talvolta simbolica, i messaggi che i Carmina Burana consegnano alla riflessione umana, attraverso una azione scenica nella quale confluiscono input di carattere prevalentemente evocativo.

Esplode il suo incipit con O fortuna, preludio e conclusione dello snodarsi delle altre sezioni, ed è di Giovanni Ferrauto l’amata bacchetta, che dirige con passione ed enfasi la partitura dell’epopea umana in cui l’alterna fortuna, imperatrix mundi, gioca con le vite degli uomini e, come la luna sempre in stato variabile, crescis aut decrescis.

Foto di Pier Paolo Papalia

Scandito da un ritmo potente e incalzante è Ecuba regina, in abito sontuoso e nero, con una benda agli occhi e una corona che tutti vorranno rubare, a simbolizzare la cupa identità della fortuna, che non risparmia nessun censo poiché tutto può cambiare in un attimo: Ecuba da regina diventerà schiava. Solenne, al centro di scena, si insedia mentre musica e coro, numericamente ridotto in verità, ma in perfetta simbiosi, eseguono pianissimi e crescendi perfetti, nei quali gli staccati sembrano beffardi stiletti nella carne, per arrivare poi all’esplosione travolgente ed eccitante del fortissimo.

Il coro, rigorosamente in abito nero, non rimane immobile, ma crea per tutta la durata dello spettacolo plastiche e significative azioni, che rivestono un ruolo di indefinita tensione esistenziale verso un approdo che mai arriva, ma sempre ricomincia e varia.

In Primo vere, primo blocco di 25 canti, si celebra un inno alla primavera, alla vita e alla rinascita e dunque anche alla purezza rappresentata da festose danze attorno a Flora e dall’entrata in scena di bambini in veste bianca, il coro “Note Colorate” diretto da Giovanni Mundo.

In Taberna quando sumus apre invece il segmento che inneggia alla vita, ai piaceri, al vino, al cibo, ai godimenti carnali, al gioco e alla critica sociale. Movimenti corali circolari segnano convincenti coreografie che rimandano sempre all’ostinato procedere della ciclicità della fortuna, leitmotiv di tutta la cantata.

Foto di Pier Paolo Papalia

Di effetto il breve ma gradito assolo del controtenore Riccardo Strano, che vestendo nere ali canta la triste storia: da splendido cigno libero sui laghi adesso, vittima delle alterne vicende della vita e della fortuna, si trova a girare in uno spiedo e presto su di un piatto, mangiato.

E anche in questo quadro, musica, canto e coreografie vivono ruoli complementari mantenendo identità proprie eppure tra loro interagenti, e l’ensemble strumentale vivida, decisa, incisiva, regale nella sua direzione ricca di personalità, si afferma brillante nelle sue note caratteristiche medioevali.

Due pianoforti e percussioni costituiscono l’organico strumentale previsto dalla rivisitazione di Carl Orff, dei temi originali che nel loro sviluppo armonico e melodico rimangono inalterati ma che si arricchiscono di altri timbri che Giovanni Ferrauto sa magistralmente guidare.

Più che interessanti le vivaci proposte coreografiche della compagnia dei Joculares, artisti di strada catanesi. Di grande effetto l’irrompere di danzatori e mangiatori di fuoco, che ricamano danze e architetture cromatiche esaltanti, non solo scenografiche ma anche simboliche, contribuendo a marcare l’alternanza circolare delle vicende e dei sentimenti.

Cour d’amours, corte d’amore, composto forse in lingua d’oïl, è il terzo blocco che vede entrare in scena due figure bellissime di bianco vestite: lei è Francesca Benitez, brava soprano che con bellezza ed eleganza si muove sulla scena a raccontare l’amore, che seppur sublime è mutevole come la luna, vola dappertutto, prigioniero del desiderio, e duetta con il baritono, il bravo Federico Longhi. Le due incantevoli figure simboleggiano per Dolce la potenza e regalità dell’amore, nonostante come di frequente accade, finisca.

Foto di Pier Paolo Papalia

Ritorna infine con una forza musicale e coreografica dirompente O Fortuna, velut luna, statu variabilis, semper crescis aut decrescis. All’inizio quasi ad anticipare quanto poi verrà dimostrato nei quadri successivi, mentre nella coda finale, sorte possente e vana dissolve come ghiaccio miseria e potenza, affermando la sua giustizia che non risparmia nessuno.

Ecco dunque i messaggi universali dei Carmina Burana: vivere pienamente, apprezzare la bellezza e riflettere sulla brevità della vita.

Questo il tentativo di decodificare uno spettacolo davvero bello, che merita consensi internazionali, e che aggiunge alle musiche coinvolgenti e affascinanti, forse le più belle di tutta la produzione medioevale, una vis evocativa avvincente che Dolce modula anche attraverso l’uso di soli tre colori: nero (il mistero della fortuna, delle oscenità e della morte), rosso (la passione, la carnalità e il piacere), bianco (la rinascita, la verginità e la nobiltà dell’animo).

Bravissimi Simona Fichera (preziose coreografie), Fabrizio Buttiglieri (splendidi e sontuosi abiti) e Gabriele Circo (magnifico gioco di luci). È l’impetuoso Francesco Costa, sebbene assente, a istruire il magnifico Coro Lirico Siciliano, ma è il teatro antico di Taormina, sotto il cielo stellato, il magnifico trono di pietra su cui siede tanta arte e bellezza.