Con la scomparsa di Pippo Baudo, avvenuta il 16 agosto 2025 all’età di 89 anni, si chiude un’era intera, forse l’ultima in cui la televisione era davvero un rito collettivo, una liturgia che teneva insieme il Paese. Baudo non era un semplice conduttore: era il custode di quel rito, il cerimoniere della televisione popolare, colui che non solo annunciava ma ordinava, componeva, scolpiva. Nessuno come lui ha dominato il palco dell’Ariston: tredici volte a Sanremo, dalla prima nel 1968 all’ultima nel 2008, passando per quella cavalcata da record che lo vide condurre ininterrottamente cinque edizioni negli anni Novanta. Un primato che non appartiene più alla tv di oggi, e che rimarrà solo suo (e di Amadeus).
Nei suoi Festival ci sono episodi che raccontano più di mille biografie. Nel ’68, alla sua prima volta, tolse la tromba di mano a Louis Armstrong per impedirgli di dilatare la scaletta: un gesto impensabile per chiunque altro, naturale per Pippo, che sapeva coniugare fermezza e grazia. Nel 1984 portò sul palco gli operai dell’Italsider, facendo del Festival non solo un gioco di note e paillettes, ma anche un atto civile. Nel 1987 ebbe il compito più doloroso: annunciare in diretta la morte di Claudio Villa, trasformando Sanremo in un momento di lutto nazionale, senza mai perdere la dignità della diretta. Nel 1995, invece, fu il salvatore improvvisato di un uomo che minacciava di gettarsi dalle gallerie dell’Ariston: Pippo scalò le impalcature, parlò con lui, lo abbracciò. Poi si scoprì che era tutto preparato, ma l’immagine resta immortale. E in quella stessa edizione, quando Elton John disertò il palco, Baudo trasformò un’assenza in colpo di scena, con una torta gigantesca e due vallette a far festa al posto del divo. Era così: prendeva il rischio, e lo trasformava in spettacolo.
Baudo non fu mai solo il presentatore: nel 1994 divenne anche direttore artistico, il vero dominus del Festival. Quell’anno trionfarono Aleandro Baldi e Andrea Bocelli, due artisti non vedenti, due storie che sembravano scritte per raccontare l’Italia del coraggio e della tenacia. Non era un caso: Pippo era anche un instancabile talent scout, con l’occhio lungo per capire chi avrebbe lasciato un segno.
Sanremo, con lui, era un teatro vivo, fatto di incidenti, improvvisazioni, sorprese e riti collettivi. Il pubblico poteva fidarsi: se c’era Baudo, c’era lo spettacolo. Era la sua autorevolezza calma a reggere il peso di ogni imprevisto, era la sua ironia ferma a dare la misura del gioco. Lui era la televisione, quella che univa, quella che parlava a tutti, quella che sapeva ancora essere popolare senza scadere nel volgare.
Oggi, con la sua scomparsa, non se ne va solo un uomo: se ne va il maestro di un’arte che non si insegna più. Resta il ricordo di un condottiero gentile, di una voce che sapeva essere al tempo stesso autoritaria e rassicurante, di un volto che ha attraversato la storia della tv e l’ha resa memoria condivisa. Baudo era l’Ariston, e l’Ariston era Baudo. E forse, la prossima volta che ascolteremo l’orchestra attaccare l’inno del Festival, avremo la sensazione che da qualche parte, tra le luci e i velluti, si alzi ancora la sua voce ferma e rassicurante: “Signore e signori, buonasera”. Un attimo sospeso, eterno, come un applauso che non smette mai. Ciao Pippo.







